Bubbio, Monastero Bormida, Acqui Terme e ritorno. Andata per le colline, ritorno lungo la Bormida (41 km)
Mayday
La prima volta è come il Natale. Quando arriva, arriva, solo che non sai quando. Ogni categoria ha la sua prima volta: per il tennista è la prima pallina in un occhio, per il velista il primo boma sui denti, per chi arrampica il primo volo da capo cordata. Per il ciclista, la prima foratura.
Una foratura, poi, ha qualcosa di magico, è quasi un miracolo degli eventi, che se ci pensi diventi matto, e ti sembra quasi di essere graziato da un dono prezioso più che da una sfiga colossale che ti lascia a piedi, magari sotto la pioggia, a chilometri dalla tua macchina.
Il tutto inizia magari due anni prima, in una fabbrica di bottiglie da qualche parte in Europa, dove un camion ne carica qualche migliaio destinate ad un birrificio in Belgio. Qualche mese dopo una piccola parte di quelle bottiglie viene esportata verso l'Italia, ripiene di liquido ambrato e leggermente annacquato perché, si sa, la parte migliore se la tengono in casa. Un pacco da sei viene comprato da quattro giovinastri che se le scolano scorrazzando in auto una notte d'inverno per le colline del Monferrato in barba al codice stradale. Una delle sei viene fiondata fuori dal finestrino dal più bevuto dei quattro. Senza ragione. Così, per vedere l'effetto che fa. Invece di finire nel prato, la bottiglia centra con precisione millimetrica l'unico paracarro in pietra nel raggio di un chilometro e i frammenti vengono sparati tutt'attorno. Un frammento, solo uno, il più acuminato, rotea su sé stesso mentre compie una parabola quasi perfetta che, come un arcobaleno, conduce ad una fessura nell'asfalto dove il frammento si incastra, e finalmente si riposa, in attesa di compiere la sua missione.
"Danny ho forato!" E' una bellissima domenica di quasi primavera qui sul Monferrato, sulle colline dove torniamo a pedalare dopo tre mesi e un lungo inverno di quasi inattività, quando tre semplicissime parole sigillano il compiersi del miracolo. Non so se si e' trattato del nostro fatidico frammento, o di un chiodo di un calzolaio di Acqui Terme, o semplicemente della camera d'aria che ha detto: "basta, tanto per cambiare oggi mi buco". Il fatto è che oggi è la mia prima volta, e io sono preparato.
Ho tutto: chiavi fisse, chiavi a brugola, chiave inglese, pappagallo, camere d'aria (una per bici), cacciaviti, due cucchiai (fondamentali per togliere il copertone), pompettino. Avevo pensato anche al trapano, ma poi ho realizzato che non avrei saputo come attaccarlo alla due-e-venti e ho lasciato stare.
A parte la scarsa efficienza (tre quarti d'ora per cambiare la camera d'aria) il risultato c'è. Tanto che, per aver qualcosa da scrivere, mi sono dovuto inventare il pistolotto della bottiglia di vetro che come idea, tra l'altro, non è neppure originale (andatevi a leggere Novecento, di Baricco, dove si parla di un quadro e del suo amico chiodo).
In questo spiraglio di primavera che ci fa "cucù", dopo una salitella di una manciata di metri che ci ha tranciato il fiato e la mitica foratura, ci fiondiamo con poco freno tirato ad Acqui Terme, sperando di trovare un posto dove facciano la mitica farinata, che pare organizzino pullman da Hong Kong per venirla a mangiare.
Purtroppo ci va male. Vuoi che è domenica, vuoi che non è proprio mezzogiorno (ma le tre del pomeriggio), non ci resta che sgranocchiare i nostri panini nella Piazza della Bollente, dove l'acqua calda e sulfurea sgorga allegra e aromatizza il prosciutto con un sano aroma di uovo marcio che dicono faccia tanto bene.
Torniamo fiancheggiando il Bormida (che di salite per oggi basta) e facciamo la nostra ultima tappa a Monastero Bormida, un paesucolo di meno di mille anime, un castello e un bellissimo ponte medievale. Mentre visitiamo distrattamente il castello, due signori, che se la contano su, ci informano che la settimana seguente ci sarà l'imperdibile sagra del Polentone e il paese diventerà più affollato di Sunset Boulevard a Hollywood.
Mentre torniamo in auto verso Novara penso al mio paese. Un paese disastrato, sfasciato, inefficiente, ridicolizzato, un paese dove non puoi neppure permetterti di inventare un film comico e assurdo come Benvenuto Presidente che viene subito superato dagli eventi.
E poi penso alla Sagra del Polentone, e ai due signori che discorrono nei vicoli di un grumo di società nelle colline del Monferrato, ai bambini che giocano sul selciato antistante al castello. E mi riempio gli occhi e la memoria di queste piccole immagini, brace viva che arde e che, nonostante tutto, dà ancora un senso alla parola Italia.
Mayday
The first time is like Christmas. When it comes, it comes—you just don’t know when. Every tribe has its “first time”: for a tennis player, it’s the first ball to the eye; for a sailor, the first boom to the teeth; for a climber, the first fall on lead. For a cyclist, it’s the first flat tire.
A flat tire, though, has something magical about it. It’s almost a miracle of events, and if you stop to think about it, you’ll lose your mind. It feels more like being gifted a rare treasure than suffering a massive stroke of bad luck that leaves you stranded—maybe in the rain—miles from your car.
It all possibly starts two years earlier in a bottle factory somewhere in Europe, where a truck loads up a few thousand bottles bound for a brewery in Belgium. A few months later, some of those bottles get shipped to Italy, filled with amber liquid—slightly watered down because, let’s be honest, they keep the good stuff for themselves. A six-pack is bought by four young lads who down them while joyriding through the hills of Monferrato on a winter night, blissfully ignoring traffic laws. One of the six bottles gets flung out the window by the drunkest of the group. For no reason. Just to see what happens. Instead of landing in a field, the bottle hits the only stone milestone in a kilometer radius with pinpoint accuracy, shattering into a million shards. One shard, just one—the sharpest—spins through the air in a perfect arc, like a rainbow, and lands in a crack in the asphalt where it nestles in, finally at rest, awaiting its mission.
“Danny, I got a flat!” It’s a beautiful almost-spring Sunday here in Monferrato, on the hills where we’re riding again after three months and a long, lazy winter. And then, boom—three simple words seal the miracle. I don’t know if it was *that* fated shard, or maybe a cobbler’s nail from Acqui Terme, or just an inner tube that woke up and said: “You know what? I’m done. Today I’ll just burst.” The fact is, today is *my* first time. And I’m ready.
I’ve got everything: fixed wrenches, Allen keys, adjustable wrench, water pump pliers, spare tubes (one per bike), screwdrivers, two spoons (absolutely essential for removing the tire), and a mini-pump. I even considered bringing a drill, but then I realized I had no idea how to plug it into a 220V outlet and gave up.
Apart from the questionable efficiency (it took me 45 minutes to change the tube), mission accomplished. In fact, just to have something to write about, I had to make up that whole bottle story—which, by the way, isn’t even an original idea. (Read *Novecento* by Baricco. There's a scene with a painting and its buddy, a nail.)
In this little window of spring peeking through, after a short climb that stole our breath and our legendary flat tire, we zoom downhill toward Acqui Terme—brakes barely touched—hoping to find a place that serves the mythical *farinata*, for which, rumor has it, busloads of tourists come from Hong Kong.
No luck, unfortunately. It’s Sunday, it’s not quite lunchtime (actually, it’s 3 PM), so we end up munching our sandwiches in Piazza della Bollente, where hot sulfurous water happily bubbles out, adding a lovely rotten-egg aroma to the ham—said to be very healthy.
We ride back along the Bormida (because enough with the hills for today) and make our last stop in Monastero Bormida, a tiny village of fewer than a thousand souls, a castle, and a beautiful medieval bridge. While casually touring the castle, two locals—chatting away—tell us that next week will be the legendary *Polentone Festival*, and the village will be more crowded than Sunset Boulevard in Hollywood.
As we drive back to Novara, I think about my country. A country battered, broken, inefficient, ridiculed. A place where you can’t even make up a crazy political satire like *Welcome Mr. President!* without real events immediately outdoing the fiction.
And then I think about the *Polentone Festival*, and those two men chatting in the alleys of a tight-knit community in the Monferrato hills. The kids playing on the cobbled square in front of the castle. And I fill my eyes and memory with these small moments—embers still glowing—that, despite everything, still give meaning to the word *Italy*.
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