Novara – Pavia (69.2 km)
No limits
Come fossimo i 4 dell’Ave Maria sorridiamo intrepidi nell’obiettivo, con il fuso della Basilica di S. Gaudenzio sullo sfondo a benedire noi, ciclisti squadernati, che ci apprestiamo a dare la prima spinta a questa ennesima impresa: da Novara a Roma lungo la via dei Francigeni.
Ne sono passati di anni da quel giorno di agosto del 2012 quando, ad Amsterdam, partimmo per il primo giro olandese. Franci aveva 8 anni e una bici che faceva paura solo a guardarla, mezza arrugginita, senza cambi, pesante come un vagone ferroviario e carica come un muletto. Aveva tirato giù dal calendario tutti i santi del paradiso prima di riuscire a trovare l’equilibrio giusto sul quel ferrovecchio, che lo faceva sbalordare come un ubriaco e pedalare sculettando, perché i piedi arrivavano a malapena in fondo ai pedali.
Di anni ne sono passati esattamente otto, e Franci oggi è un mezzo marcantonio di 16 anni, con i capelli biondi che garriscono al vento come una bandiera e l’energia di un treno a tutto vapore lanciato senza freni. Con lui c’è Enrico, suo coetaneo, che non è da meno. E così eccoci qui, 32 anni da una parte e 112 dall’altra, in un match senza storia che affrontiamo con la fierezza di chi sa che l’età non è tutto, e che di cartucce nel cinturone ne ha ancora molte.
La strategia è consolidata: i giovani avanti ad annusare la via e gli esperti in retroguardia, a chiudere la carovana in sicurezza.
Dopo Olengo, sulla provinciale che porta a Terdobbiate, io e Meri pedaliamo sicuri, svelti, agili. Solo una punta di mal di schiena inizia a far capolino in zona lombare, fra L4 e L5, ma non ci faccio caso.
I ragazzi sono ormai fuori orizzonte, e a Terdobbiate facciamo una sosta-bevuta-doccino alla fontana del paese. Ripartito, la capsula del ginocchio sinistro inizia a pungere ad ogni spinta, mentre il dolore lombare sale piano piano in zona cervicale, con conseguente rigidità e formicolio di entrambe le braccia. A Tornaco i ragazzi ci aspettano, pensierosi, ma noi li tranquillizziamo: tutto a posto, no problem.
Gli abitanti di un cascinale fanno capolino, incuriositi da questo quartetto stranamente assortito che dice di voler andare a Roma in bicicletta: “arriverete mica oggi?” Capisco che la nostra forma fisica deve fare un certo effetto. “Pregate per noi quando arrivate in Piazza S. Pietro”, ci chiedono, “Non mancheremo”, rispondo, mentre penso che dovrei forse pregare per arrivarci io, viste le fitte all’ernia inguinale bilaterale che mi fa stare scomodo sul sellino.
Quando arriviamo in Piazza Ducale a Vigevano ci pare di essere appena partiti, tanto siamo freschi e tonici, a parte il ginocchio che fa un male della madonna e un risveglio di emorroidi che inizia a causare qualche prurito al culo. Si riparte quasi subito, che non c’è tempo da perdere. Dopo qualche chilometro di statale bastarda inforchiamo uno stradino che si snoda nella valle del Ticino fra risaie e risaie. I ragazzi sono ancora fuori orizzonte e via whatsapp ci mandano le istruzioni per la prossima tappa: “Pranzo a Parasacco". Bene, pensiamo, abbiamo giusto fame.
Pranziamo nei giardinetti di questa frazione di frazione, con il caldo umido che cola da ogni parte. Mi sparo un pisolo sulla panchina, ma mi sveglio con la bocca amara. Probabilmente il prosciutto del panino mi ha infiammato il duodeno e causato acidità di stomaco. Gli occhi sono gelatinosi e iniettati di sangue, sicuramente congiuntivite allergica dovuta a un tagliaerba che sta falciando il prato vicino al parchetto. Tolgo le lenti a contatto, con il risultato che la congiuntiva si infiamma tutta, oltre al fatto che vedo male sia da vicino che da lontano, essendo ipermetrope, presbite e astigmatico.
Dopo la pausa caffè ripartiamo, destinazione il nostro B&B a Pavia. “Andate pure ragazzi, noi seguiamo senza fretta e ci godiamo il paesaggio". La testa mi rimbomba per il caldo, lo sguardo è annebbiato per la poca vista e Meri è costretta a fermarsi che le manca il fiato, essendoselo giocato per rinfrescarsi banfando a lingua fuori, come i cani.
Costeggiamo il Ticino alla periferia di Pavia. Qualche ombrellone raggruppato su una spiaggia, bianca come un altoforno, mi schiude immagini di paesaggi tropicali, ma è solo un attimo.
Arriviamo finalmente a tappa che sono le 18 passate. I ragazzi sono già installati da un pezzo: arrivati, hanno trovato il proprietario, preso le chiavi e sistemato le bici. Quando entro nell'appartamento, l'aria condizionata mi ringhia in faccia spietata, causandomi una sinusite con abbassamento repentino di voce. Lo stomaco è ancora in subbuglio, ho un po' di stitichezza e pisciare mi fa un po' fatica, per un ritorno di cistite.
La sera una minestrina calda è quel che ci vuole per rinfrancarsi in vista del primo giorno di pausa. Infatti domani pioverà. Meno male.
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