Martigny – Chippis (49.32 km)
Pas raciste
Oggi e domani due tappe corte, per riposare le stanche membra prima del fatidico Sempione, che lo attendiamo da una settimana come il condannato la forca. Manco dovessimo arrivare sul K2 in bicicletta. Ma rimane il fatto che un passo alpino non l’abbiamo mai scalato a due ruote, per cui l’apprensione, seppur malcelata, è sempre in agguato, appollaiata come un avvoltoio ora sulla spalla sinistra, ora su quella destra.
Corriamo con vento in poppa fra i frutteti a fondo valle. A destra e sinistra vere montagne ma la valle è una pianura di alberi da frutto uno in fila all’altro. Un coltivatore locale espone la sua merce in un piccolo self-service incustodito. Uno prende la sua cassettina di frutta, lascia i soldi, possibilmente veri, e se ne va.
Il Rodano scende e noi risaliamo. Guardo a destra e sinistra e faccio istintivamente i conti del dislivello che ci separa dai vari paesi sui fianchi delle montagne per provare a dare un volto alla faticata di dopodomani. Potrei fregarmene, lasciare ad ogni giorno la sua gioia o la sua pena, ma non ce la faccio. Al punto che mi torna in mente il Sergio Consigli, istruttore di speleologia a Costacciaro, che un fantastilione di anni fa ci diceva: “Quando sei arrivato a -600 arrivare a -1000 è molto più facile”.
Non sono mai arrivato a -1000 ma a -600 sì, all’abisso Guaglio, nelle Alpi Apuane. Quando ne sono uscito, dopo 18 ore di sofferenza pura, ero solo, praticamente al buio che tastavo la roccia come i ciechi il braille, avevo mangiato anche i rifiuti e mi ero pisciato addosso perché non avevo avuto la forza di togliere imbrago, tuta e sottotuta. A quelle profondità non ci sono mai più sceso, altro che -1000.
Poco prima di Sion un laghetto color smeraldo ci chiama e noi rispondiamo. E’ un posto idilliaco, per famigliole con i bimbi che sguazzano fra le trote nell’acqua verde e invitante. Ci sguazziamo anche noi per un po’, poi ci spiaggiamo a mangiare e far passare il mezzogiorno che poi sono già le due.
Gli ultimi 20 km li facciamo col vento in poppa che spinge ma non rinfresca. Il mondo sfila via come i paesaggi dai finestrini dei treni, lasciandoci fotogrammi di vita che lasciano immaginare chissà quali storie. Una coppia di anziani sul prato, lui in sedia a rotelle, guardano in silenzio il fiume. Una giovane donna stende i panni nel giardino di casa, erba verde, scivolo e altalena. Un ciclista da corsa ci punta di picchio e ci sfila a lato, le ginocchia due stantuffi che pompano potenza pura. Una famigliola in bici in ordine sparso sulla ciclabile si riordina perfettamente in fila mentre li superiamo, pettinandoli con la nostra scia. Ancora due anziani, un pescatore, la strada vuota, voci da un laghetto, rumore di tuffi.
Passiamo Sion senza fermarci anche se qualche castello qua e là ci suggerisce che una tappa sarebbe forse appropriata in quella che è la capitale del cantone vallese. Ma noi via a testa bassa fino a Chippis, vicino a Sierre, dove arriviamo accaldati e con un po’ di spocchia.
Incontriamo Marc e Tilly, i nostri ospiti. Lei olandese, alta, esuberante. Lui svizzero, minuto, enigmatico. Entrambi felicemente in pensione. Tilly partirà a settembre per un giro di tre mesi fra Francia, Spagna e Portogallo. Marc starà a casa. Da quello che capisco non ha più la salute di un tempo e certi giri non li può più fare. Qualcosa mi dice che la sua fatica a sorridere sia un po’ dovuta anche a questo.
Per noi birra di benvenuto, cena e chiacchiere fino a mezzanotte. Per lo più di viaggi, che Tilly si è girata l’Europa in lungo e in largo. A un certo punto si sfiora il tema immigrazione, molto sentito anche in Svizzera, e Marc esordisce con un “Matteo ha detto che non ne vuole più”. E’ chiaro che non parla di mio nipote ma del nostro ministro dell’interno, nonché vice primo ministro e gran maestro dei selfie e dei bacioni. Anche se capisco faccio lo gnorri e lascio scivolare il discorso da qualche altra parte.
A colazione il tema ritorna, inesorabile. I portoghesi (che, evidentemente, amano in particolare la svizzera), i musulmani, i rifugiati con i loro privilegi, veri o presunti. “Je ne suis pas raciste, mais…”. Eccolo il ma. Lo stesso ma del signore pianista incontrato l’anno scorso verso Cremona. Lo stesso ma imperante nelle menti di almeno un italiano su tre. Decido di non proferire verbo, neppure un articolo indeterminativo o anche solo un’innocua congiunzione. Non mi va di intorbidire un incontro speciale con due bellissime persone che ci hanno aperto la loro casa e offerto riparo e amicizia. Guardo la mia fetta di pane, faccio finta di non sentire e lascio a Meri l’onere di sostenere la conversazione.
Quando partiamo ci abbracciamo. Anche Marc sorride. Sarà il terzo sorriso da quando siamo arrivati, quindi è roba preziosa. E’ calore umano, vero, quello che ci scambiamo. Ma quel “ma” mi è sceso dentro, non se ne va. Non riesco a capire. O, più probabilmente, non voglio.