Colle di val d’Elsa – Siena (26,4 km)
Intervallo
Mancano le pecore, e anche il sottofondo musicale non è la Passacaglia di Handel. Per il resto la giornata di oggi potrebbe essere la trasposizione dell’Intervallo della RAI nella vita reale. L’Intervallo era un non-programma, un non-luogo televisivo dove non succedeva quasi nulla. Eppure tutti i dinosauri della mia generazione se lo ricordano quasi come il Carosello.
Quella dell’Intervallo è stata una genialata inventata dai maghi della RAI per non lasciare un video tristemente nero quando non tornavano i conti dei tempi e dei programmi. Cosa ci poteva essere di meglio che tirare il fiato guardando delle pecore al pascolo e ascoltando musica classica? E’ sorprendente che alla RAI non avessero pensato che riempire i buchi con qualche pubblicità che avrebbe reso infinitamente di più. Ma evidentemente a quel tempo il bilancio non era un problema e ci si poteva ancora permettere di credere alla favola della funzione sociale ed educativa della TV.
Forse anche per questo fra gli anni ’70 e gli ’80 le pecore vennero definitivamente rinchiuse nell’ovile per lasciare il posto a diapositive un po’ sbiadite di ameni borghi italiani, a immagine di una nazione che svestiva gli zoccoli del contadino per indossare i sandali del turista.
Ma che fossero pecore o paesi poco importava. In un mondo che si avviava inesorabilmente verso l’accelerazione infinita l’Intervallo della RAI resisteva apparentemente intoccabile, ultima parabola di un vangelo ormai andato perduto, in cui si raccontava di un uomo non diverso dalle altre specie viventi e del suo diritto biologico al dolce far nulla.
Quale sarà stato l’ultimo “Intervallo” trasmesso dalla RAI? Avranno dato l’annuncio che altri non se ne sarebbero visti? “Gentili telespettatori trasmettiamo ora l’ultimo “Intervallo”, guardatelo bene perché da domani non ne vedrete più”. La realtà è che il programma è sparito insieme al concetto stesso, fagocitato da una televisione multicanale 24/7, che già precorreva l’ipertrofia di media e informazioni in cui oggi ci troviamo alla deriva, senza più cieli stellati o bussole, magari sbagliate, che ci indichino una qualunque via.
Anche noi quattro pellegrini, che ci sbattiamo di fatica per le strade di Italia carichi come vagoni ferroviari per chissà poi quale ragione, pensiamo di essere in vacanza mentre la realtà è che abbiamo orrore del vuoto, per cui lo riempiamo bulimicamente con attività di varia natura.
Ma in questa ennesima giornata di sole tutti questi pensieri sono ancora altrove e a noi sembra davvero di vivere un Intervallo. Abbiamo una tappa breve che affrontiamo facilitandoci la vita e scapolando tutti i tratti di sterrato per rimanere sulla Cassia, che da queste parti è ancora un’amena provinciale che si srotola fra le colline senesi senza traffico e con pendenze quasi umane.
A metà mattina arriviamo alla cittadina fortificata di Monteriggioni. Enrico ci è stato qualche anno fa, e dai cassetti della sua memoria ne sono uscite immagini che ci hanno messo l’acquolina in bocca. Quando io e Meri varchiamo la porta del paese capiamo che i ricordi di Enrico non erano sufficienti a descrivere quello che vediamo. La porta è in realtà un varco spazio-temporale che ci conduce in un luogo dove il tempo sembrerebbe congelato se non fosse che non vediamo uomini in armatura ma turisti che sorseggiano il caffè seduti ai tavolini della piazzetta.
La cosa più sorprendente di tutte, però, è che non vediamo né Enrico né Francesco, che solitamente iniziano ad aspettarci all’arrivo quando noi siamo a malapena partiti. Li vediamo in lontananza mentre entrano dalla porta opposta del paese, arrancando e spingendo a mano i loro muletti che sbuffano e si impuntano sulle ruote. Scopriamo che, presi dalla fregola della giovane età, i due incauti hanno imboccato la direttissima che dalla Cassia porta al paese per uno sterrato in massima pendenza la quale riesce ad aver ragione dei due puledri, che si accasciano sulla panchina con un metro di lingua fuori e l’amaro della sconfitta negli occhi.
Il giro del paesello, che nel suo medievalissimo passato era nient’altro che una fortezza militare, è tanto piacevole quanto breve. Forse piacevole proprio perché breve. Dopo aver visitato il microscopico museo delle armature e spaziato con lo sguardo dall’alto delle mura del paese-fortezza rimane ben poco da visitare, visto che Monteriggioni sarà lungo sì e no 300 metri e largo forse altrettanto.
Quando ripartiamo, poco prima di mezzogiorno, la monotonia di questa giornata-intervallo è spezzata dal centauro del Ciccio, che si ritrova con la ruota posteriore forata. Come se tutto il diavolerio di ieri della ruota storta e della borsa rotta non fosse stato sufficiente a dare un senso alle nostre giornate. Mi appresto al mio ruolo di maniscalco dei nostri equini gommati e sapientemente sostituisco la camera d’aria con una nuova di zecca. Mentre gonfio la ruota sento un “pop” sospetto che mi riporta alla mente brutti ricordi delle nostre infinite forature sgranate in Romania quattro anni fa, ma faccio finta di nulla, do una pacca sul sedere del cavallino che nitrisce allegro e si butta al galoppo a tutto pedale sulla Cassia verso Siena.
Io e Meri seguiamo, al passo, come sempre, con i nostri ronzini che lentamente, ma costantemente, si macinano gli ultimi venti chilometri in salita, ma non troppo, che ci separano da Siena, dove arriviamo incredibilmente presto, in tempo per smaltire panini e pomeriggio in un parchetto vicino al centro.
Non abbiamo fretta, e i prossimi due giorni abbiamo deciso di riposarci, prendendocela comoda e senza pensieri. A parte un giro in Piazza del Campo, la visita al Palazzo Pubblico, una salita alla torre del Mangia, una mezza giornata al museo civico, l’altra al Duomo e al museo di Santa Maria della Scala, una puntatina al battistero, una passata alla pinacoteca nazionale, un flash alla basilica di San Domenico, un altro alla basilica di San Francesco e, per terminare, una spolverata alla casa di Santa Chiara.
E, per rilassarci ulteriormente, due o tre vasche per il centro.
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