Lucca – Castelnuovo d’Elsa (59,7 km)
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Mezze verità
Quella mattina Napoleone si era svegliato con un gran mal di stomaco. Aveva digerito male il montone della sera prima, o forse era il vino che era un po’ avariato. “Maledetto cuoco”, pensò, “un giorno o l’altro gli faccio tagliare la testa”. Neanche la colazione lo aveva messo di buon umore, anzi. Al mal di stomaco si era aggiunta la nausea e un forte mal di testa che gli impediva di pensare. “Colpa di quelle rompicoglioni delle mie due figlie.”
Ovviamente illegittime, qualche mese fa avevano iniziato a fare pressioni perché il padre le riconoscesse o aumentasse la ricca dotazione mensile di franchi che le faceva già vivere come nobildonne. L’ultima lettera, ricevuta da Parigi qualche giorno prima, gli aveva fatto venire letteralmente gli spilli in testa. Come reazione aveva ripreso a mangiare come un orco, cosa che gli aveva scatenato la solita gastrite, con un bruciore insopportabile che cercava invano di calmare tenendo la mano destra amorevolmente appoggiata sullo stomaco. Inoltre era luglio, faceva un caldo africano e c’era Livorno da prendere.
Si alzò per pisciare e fu lì, un attimo prima di mollare la vescica, che gli venne l’idea. D’altra parte le idee migliori gli erano sempre venute un attimo prima della minzione mattutina. Chiamò Vaubois: “Devo andare via un paio di giorni. Ti lascio Livorno, ammazzali tutti ed entra in città che se no qui non si finisce più”.
Mentre Vaubois diligentemente spezzava ossa e squartava interiora per entrare a Livorno, Napoleone con un gruppetto di fedelissimi andò a trovare suo zio Filippo, che faceva il canonico a S. Miniato, piccolo borgo arroccato sulle colline pisane. “Zio, non ce la faccio più. Quelle due stronze mi stanno dissanguando, non mi basta neanche più la campagna d'Italia per mantenerle. Dimmi cosa posso fare". Lo zio, che era quasi cieco e anche un po' sordo, rispose sornione: “Non fatevi tesori sulla terra, ma in cielo" e poi chiuse gli occhi e tacque.
“È rincoglionito” pensò Napoleone che era rimasto lì a bocca aperta a guadare lo zio che, nel frattempo, sembrava si fosse mummificato. Poi capì, baciò la mano grinzosa del vecchio e ripartì per Livorno.
Due anni dopo, Napoleone aprì una finestrella che dava nella chiesa di S. Rocco a San Miniato. Era l’ora dei vespri e le suore del nuovissimo convento di clausura donato al paese dall’imperatore recitavano il Rosario come un‘anima sola. Vide le due figlie, e il cuore si sciolse dalla commozione. Richiuse la finestrella e, finalmente rilassato, si preparò al montone che lo attendeva in sala da pranzo.
E’ un’anziana signora di fronte alla chiesa di San Rocco che racconta a Francesco ed Enrico il canovaccio di questa storia mentre i due aspettano che la retroguardia ce la faccia a conquistare il borgo. I particolari, naturalmente, sono inventati di sana pianta e, d’altronde, anche sul canovaccio non ci scommetterei più di 10 centesimi, visto che delle figlie di Napoleone non si trova traccia neanche su Wikipedia. Pare sicuro (ma chissà poi se è vero) che il Bonaparte avesse veramente uno zio a San Miniato che venne a trovare nel luglio del 1796, durante la presa di Livorno. Chissà poi che cosa avrà avuto da raccontargli.
Io e Meri arriviamo a San Miniato giusto per perderci il finale della storia ma in tempo per affrontare il secondo problema ciclistico della giornata: la bici di Enrico è caduta e la ruota anteriore risulta frenata. D’altronde per noi arrivare lì non è stata propriamente una passeggiata. Usciti da Lucca siamo andati mica male per qualche chilometro, ma la festa è stata breve perché una prima, fottutissima sterrata mi incasina il sellino che si mette a ballare la samba, e io con lui.
Sistemarlo sembra facile, ma non lo è. Trovare l’inclinazione giusta è un gioco di magia: o è troppo avanti e io volo giù come su uno scivolo, o è troppo indietro e la punta mi preme in mezzo alle cosce, con riflesso sulla prostata che risponde sulla vescica la quale a sua volta interviene sull’ernia lombare del primo giorno.
A Ponte Cappiano il sole ci ha asciugato come gusci di noce, ma a sinistra del ponte intravvediamo un parchetto (parco “Pinocchio”) con un’invitante fontana. Coerentemente con il nome del parco la fontana si rivela finta, come il pollo di cartone che la fata rifila al burattino quando lui torna a casa dopo la scazzottata con i compagni di scuola. Mogi mogi ci dirigiamo verso lo sterrato che costeggia il torrente e piano piano si trasforma in tratturo, prato, poi più niente.
Dopo Fucecchio la strada si impenna come un cavallo imbizzarrito, e dopo pochi, pochissimi chilometri, ma 200 metri più in alto ce la facciamo a guadagnare S. Miniato con piccozze e ramponi. Dopo aver sistemato la bici di Enrico ci appollaiamo come rondini all’ombra della chiesa del convento di S. Francesco per il pranzo e poco prima di andare via incontriamo Lorenzo, un pellegrino di Vigevano partito a piedi da Lucca e diretto anche lui a Roma.
Sbolliamo il pomeriggio nell’amato borgo Bonapartesco, chi a salire la Rocca di Federico II, chi a pisolare sul prato sottostante alla faccia della cultura e della storia. L’ultimo brandello di strada è tutto in discesa, una discesa relativa se si vuole proprio tener conto dello strappone finale per salire a Castelnuovo d’Elsa dove ci attende il nostro alloggio, La casa di Paolo, che però scopriamo essere di qualcuno che non si chiama Paolo, ma Giovanni, o Girolamo, o Pietro, chissà.
(Scritto sul quaderno degli ospiti del B&B "La casa di Paolo", Castelnuovo d'Elsa)
11 luglio 2020
Quattro matti in bicicletta, partiti da Novara e poi lungo la via Francigena fino a Roma.
Ai soliti tre matti: Daniele (il padre), Mariarosa (la madre) e Francesco (il figlio), quest'anno si è unito Enrico, l'amico di Franci. I due sedicenni volano, salgono e scendolo lungo le colline come cerbiatti, aspettano i matusa alle soste stabilite.
Il padre volerebbe volentieri, ma il suo buon cuore e l'amore per la madre fanno di lui l'angelo custode di lei, che potremmo a buon titolo definire la palla al piede del quartetto! I due procedono lemmi lemmi, lui sul suo scalpitante biciclo, più simile ad un cavallo per dimensioni, lei trascinando, oltre alle esigue borse, la lingua ciondoloni. Talvolta preferendo spingere che pedalare.
Il viaggio è allegro, pieno dei racconti delle imprese passate, dei progetti delle imprese future, degli incontri fatti per via.
Il viaggio è colorito delle sfumature che assume la lingua quando l'inconveniente, o l'imprevisto, l'accidente o l'incidente si infilano come bastoni tra le nostre ruote.
Il viaggio è umido del nostro sudore e in alcuni tratti delle lacrime che porta la stanchezza.
Il viaggio è panoramico lungo asfaltate, sterrate, tratturi, sentieri. E' un quadro ad ogni giro di sguardo e di pedali.
Ed è accoglienza, sosta, riposo, refrigerio.
Stasera qui, in casa di Paolo, un luogo confortevole, caldo del calore di chi probabilmente conosce il viaggio e le sue fatiche e al viandante offre una vera sensazione di casa.
Grazie
Mariarosa
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