St. Genix les Villages – Seyssel (58.4 km)
Liberté
Mentre mangio la terza fetta di pane con la marmellata penso che dovremmo tornarcene a casa. Mi pare che sia pericoloso girare per la Francia di questi tempi. C’è aria di polvere da sparo, forconi e rivoluzione. A dire il vero non me ne ero accorto, ma la filippica interminabile di Sophie e Pascal sulla Francia di oggi mi ha aperto gli occhi come fece, a suo tempo, l’intellettuale Folagra con Fantozzi. Solo che il ragioner Ugo si incazzò come una bestia e invece a me è venuta la depressione.
A sentire i nostri ospiti pare che la Francia sia ormai sull’orlo della guerra civile. Macron ha preso per il culo tutti e ha fatto carte vere e false per avere nelle sue proprie mani tutto il potere, come una specie di Napoleino a scartamento ridotto. I francesi non sono scemi e si sono incazzati come e più di Fantozzi, e allora giù di gilet gialli, manganelli, sfascia di qua e sfascia di là con le puntuali repressioni della polizia che a detta di Sophie pare ci abbia messo lo zampino per alimentare le violenze in modo da poterci andare con la mano pesante.
Penso che in Italia non siamo messi molto diversamente, ma c’è una importante, sostanziale differenza. Mentre i francesi sono incazzati gli Italiani paiono gradire il proprio Napoleino, o Nerino in questo caso, e ingrassano giorno dopo giorno le fila di chi vuole mettere a soqquadro questo paese già di per sé squadernato, illudendosi che a dare uno sgrullone a una stanza in disordine si possa generare l’ordine come per magia.
Saremo più fortunati? O semplicemente più sciocchi? Non ci saranno che i fatti a darci la risposta, fatti che personalmente farei a meno di verificare, ma che temo ci presenteranno inesorabilmente il conto.
Quando usciamo c’è il sole, gli uccellini cantano e le campane fan din don. Nessuna milizia si intravvede all’orizzonte, per cui decidiamo di continuare, visto che in Svizzera, notoriamente neutrale, ci arriveremo dopodomani. Però sono un po’ frastornato e va a finire che dimentico il telefono sul davanzale e il casco dietro il sellino. Del casco mi accorgo subito, ma il telefono rimane sul davanzale fino all’ora di pranzo, quando ci fermiamo in una specie di resort lungo il fiume, che da queste parti si è ingrassato a mo’ di lago.
Da stamattina il paesaggio è cambiato. Poco dopo la partenza ci siamo infilati in una specie di forra con un paio di gallerie che ci hanno scodellato dalla pianura-collina in montagna. La valle è ancora piattume, ma i lati si ergono imponenti per rammentarci cosa ci attende da qui a qualche giorno.
Durante il pranzo riusciamo a telefonare a Pascal che ci riporta il telefonino in scooter e ci intrattiene per il caffè raccontandoci dei suoi contrabbassi rivoluzionari con i quali invaderà il mercato da qui a pochi anni. Rivoluzione francese permettendo.
Di quello che è seguito nel dopo pranzo mi ricordo poco. Ciclabili in valle, micro stazioni turistiche, qualche attraversamento dei vari affluenti del Rodano e poi il caldo, che dopo un paio di giorni semi-freschi si sta facendo sentire.
A Seyssel ci arriviamo sul presto, saranno le 16-17 o giù di lì. Stasera in albergo, così possiamo andare a dormire quando ci pare e io rilasso il neurone da tutta questa valanga in lingua francese. A letto butto giù per la prima volta le poche righe da cui inventare il diario, ma dura pochi minuti che in un baleno mi trovo a fianco degli insorti sotto la Bastiglia a gridare “Liberté!”
A colazione Pascal e Sophie ci dipingono con pennellate rapide e decise e tinte piuttosto fosche la loro Francia. Cioè la Francia di oggi, delle lobbies delle alte professioni, della disoccupazione e della difficoltà a creare una piccola impresa, della politica di Macron fatta di promesse e prepotenza, della crisi economica, del malcontento montante, del rischio di un escalation della violenza, della cattiva abitudine di emanare leggi scomode durante i mesi estivi e di deviare l'attenzione dei cittadini dai problemi reali, puntando i riflettori su questioni fittizie, ma perfette per tenere la gente sotto scacco, alimentando paura e senso di insicurezza e creando capri espiatori responsabili del malessere.
Ascoltiamo e ci sembra di sentire una dissertazione sul nostro paese.
La vera differenza ci sembra, però, non indifferente. In Francia sembra esserci un movimento importante di presa di coscienza e di conseguente allentamento della fiducia verso il governo. In Italia, ci pare, invece, che la politica meschina di deviare lo sguardo dei cittadini da ciò che conta abbia assai più successo.
Partiamo, ringraziando i nostri ospiti della generosa accoglienza. Inforchiamo le bici ed è di nuovo strada, acqua che corre, verdeggiare di campi e innalzarsi di pareti rocciose sempre meno in lontananza. Fino ad arrivare a Seyssel, dove abbiamo riservato una camera d'albergo e dove la vicinanza alla ricca Svizzera si fa sentire nell'impennata dei prezzi, che si preannuncia a cena quando un piatto kebab, che in italia ci verrebbe via con 4/5 euro, ce ne costa quasi 12 e un piatto di cous-cous, con una magra coscia di pollo qualche carota e una manciata di ceci in una languida salsa di pomodoro, ben 17.
Ci accompagna per un bel tratto di strada Gaber con il suo FAR FINTA DI ESSERE SANI. Titolo che pare attagliarsi bene ad alcune dichiarazioni recenti del nostro ministro degli interni e alla politica di cui siamo andati parlando. Mi piace chiudere con le parole che Pasqual, questa mattina, ha ribadito in più di un'occasione. "Uno stato civile e democratico dovrebbe occuparsi dell'interesse della collettività, del bene comune, che non può essere il benessere di pochi". Pare che ultimamente l'idea del benessere di pochi faccia gola anche a molti italiani, disposti a credere che sostenere un uomo astuto e prepotente, che propone l'abbattimento dei valori, sia meglio di un serio tentativo verso un vero salto di civiltà.