Castelnuovo d’Elsa – Colle di val d’Elsa (51,0 km)
I tre fiati
Il primo fiato è il più gagliardo. Vispo e fresco ti spinge con la potenza del nuovo giorno e la tonicità dei muscoli sodi e ben riposati. E’ impetuoso, ma si esaurisce in fretta, che quasi non te ne accorgi. Quando la crisi arriva, però, basta un po’ di riposo, fare scorta di zuccheri e di acqua, e dopo una manciata di minuti sei di nuovo fresco e stirato come un lino estivo, pronto per il secondo fiato.
Il secondo fiato ti porta lontano. Con la costanza e l’ostinazione di un diesel ben rodato, che di salite ne ha viste tante, ti aiuta a macinare la fatica in modo studiato, ordinato, un passo dopo l’altro, senza fretta, senza meta, senza altro ritmo se non quello del respiro e del cuore che pompa. Quando ingrana, sembra non finire mai, anzi ti inebria di un senso di benessere e potenza buona, di rilassamento e controllo.
Ed è proprio in quel momento che sei fregato, proprio quando tutto procede da ore come un ingranaggio oliato alla perfezione. Quando il secondo fiato cede, lo fa di schianto. Un attimo prima tutto bene, in quello successivo le gambe cedono, il fiato manca, il pensiero si annebbia, le braccia cadono inerti, l’universo intero collassa in un punto dove non c’è più orizzonte. E’ in quel momento che ti fermi e dici, convinto, “non ce la faccio più”.
E invece non è vero, c’è ancora il terzo fiato. A stanarlo ce ne vuole, non bastano solo riposo e barrette al cioccolato, ma serve un qualcosa di più profondo, che non ha nome. Non è la forza della disperazione, come si potrebbe pensare, al contrario. E’ la spinta, apparentemente insensata, di un organismo capace di chiamare a raccolta risorse di cui non immaginiamo l’esistenza per dare corpo alla possibilità di un terzo tempo.
Il terzo fiato può fare miracoli. Può farti scendere da un 8000 sull’Himalaya da solo, per giorni interi su una via mai percorsa prima dopo che hai perso tuo fratello inghiottito da un crepaccio. Ti fa uscire da un canyon dopo che sei rimasto intrappolato per giorni senza cibo e acqua col braccio incastrato fra un masso e la parete. Ti fa attraversare l’India su una bicicletta scassata pedalando in piedi perché sul sellino c’è tuo padre anziano e malato da riportare al villaggio.
Ma bisogna fare attenzione. Dopo il terzo fiato non c’è più nulla. Anzi no, c’è lo sfinimento, che è quella condizione di forfait psico-fisico da cui da soli non si esce, in cui il corpo va verso lo shutdown e dove la vita stessa può risultare compromessa.
La storia dei tre fiati me l’hanno raccontata anni fa a un corso di perfezionamento per speleologi, e l’ho sempre trovata di una generalità sorprendente. La si può applicare alle attività sportive ma è anche una metafora della vita stessa e delle sue infinite sfide.
Nel nostro andare per colline provo a contare i fiati di questa giornata, per vedere dove arrivo. Il primo fiato tira fino a Gambassi Terme in cima a una salita strippapelle iniziata a Castelfiorentino, una manciata di chilometri più in basso, e costellata di varie fontanelle dove il pellegrino stanco può fermarsi per una sosta rinfrescante.
Mi fermo davanti alla chiesa e sento che il primo fiato se n’è andato, e non è neanche un’ora che pedaliamo. Mentre aspetto Meri che guadagna l’ultimo strappo in salita faccio scorte di zuccheri e di quel po’ di riposo che serve a dare il via al secondo fiato che parte mentre ci buttiamo in una discesa che in un paio di tornanti ci fa perdere un bel po’ del dislivello macinato di prima mattina.
Alla prima deviazione mi fermo e studio la mappa. Mi rendo conto che la mia traccia va giù in valle per sterrate per poi risalire sempre per sterrate, mentre la guida consiglia una salita più costante e umana lungo la provinciale. La decisione è presa, torniamo indietro, peccato per la discesa sprecata. L’unico pensiero cupo è rivolto ai ragazzi, che sono davanti a noi e che sicuramente si saranno gettati nella sterrata come se non ci fosse un domani. Speriamo bene.
E invece no. Siamo appena tornati a Gambassi che squilla il telefono: “Papi, siamo nella merda. La mia ruota posteriore si è stortata e non vado più avanti.”. Per un attimo provo panico vero a pensarci buttati su uno sterrato in mezzo alle colline, con il fottio di bagagli, una bici andata e noi a cercare soccorso. Ma la reazione è immediata. Istruisco sommariamente Meri in modo che raggiunga San Gimignano e l’abbandono al suo destino mentre mi lancio di nuovo nel discesone per poi imboccare lo sterrato con la tromba che suona “arrivano i nostri”.
Lo sterrato all’inizio mi inganna. E’ bello, largo, col fondo compatto che sembra quasi asfalto e le colline intorno che intonano il buongiorno a questa giornata di sole glorioso. Soprattutto, è in leggera discesa. Mi chiedo come il Ciccio abbia potuto far fuori una ruota in una strada come questa, ma la risposta arriva presto. Le note di giubilo, infatti, sfumano alle mie spalle per lasciare posto a un cupo rullo di tamburi mentre la discesa si trasforma in orrido senza fondo. Decido di scendere dal centauro, ma la discesa è incasinata anche a piedi, con la bici carica come un mulo che sculetta sul ghiaione della strada.
Arrivo a fondovalle, dove la strada diventa un sentiero soffocato dai rovi. Risalgo in sella e provo a forare di petto il muro vegetale con il risultato che ne esco grondante sangue e sudore come un flagellante. Il piano lascia posto alla salita, impossibile da pedalare, e anche per farla a piedi servirebbero piccozza e ramponi. Trascino me stesso e il muletto ma il fiato vacilla, sembra volermi abbandonare.
Come in ogni classico film d’azione sono lì lì per cedere, con lo sguardo ormai annebbiato, quando scorgo una sagoma sfocata che si avvicina correndo e ridendo come se fosse una festa di compleanno e non il tramonto della nostra avventura. E’ il Ciccio, che a 16 anni suonati mi vede ancora come Superpippo, o Superpappo, in grado di raddrizzare per magia ogni torto e anche le ruote delle biciclette.
Prima di valutare il danno bevo un litro d’acqua, faccio un litro di pipì, convinco il secondo fiato che non è ancora ora di chiudere bottega e, finalmente lucido, analizzo la situazione. Metto la bici con il culo all’aria, impongo le mani sulla ruota posteriore, recito un verso in aramaico antico e, op-là, la ruota riprende a girare come appena sfornata dal ciclista. Franci mi guarda come se fossi il mago Silvan, e per un attimo vorrei anche fargli credere al tocco di magia, ma poi la mia fottutissima parte razionale ha il sopravvento e gli spiego che il perno della ruota si era semplicemente spostato un po’ dalla sede del telaio, probabilmente a causa dello stramaledetto sterrato, e questo l’aveva fatta bloccare.
Il secondo guaio è che una delle sue borse ha l’aggancio rotto. Nema problema. Il mio muletto è lì che scalpita e io gli calmo i bollori caricandolo della quarta borsa, trasformando il portapacchi in qualcosa che sembra più un covone di fieno che il posteriore di una bicicletta. Ripartiamo sullo sterrato in salita, che in breve si trasforma in stradina asfaltata talmente in piedi che ci vorrebbe l’ascensore per salire. Franci, con la ruota che scorre e una borsa in meno, svanisce in un attimo, come dileguato nell’iperspazio, mentre Enrico rimane, per pietà suppongo, a farmi compagnia, probabilmente preoccupato della tenuta delle mie coronarie.
Un pedale via l’altro guadagniamo quel diamante incastonato sulle colline che si chiama San Gimignano, di cui ho già avuto modo di parlare in un altro diario. Come se non fossi abbastanza carico Meri, arrivata sana e salva, mi chiama e mi detta la lista della spesa per il pranzo. L’ultimo chilometro lo salgo in uno stato pietoso, con il covone di fieno dietro e due borse della spesa da 5 chili l’una ai due lati del manubrio, cariche di pane, finocchiona, pecorino e acqua gelata da congestione.
Smaltiamo la caldana a mangiare, bere e far vasche nella cittadina turrita, convinti che l’ultimo tratto sia tutto da bere. C’è da scendere a Poggibonsi, poi leggera salita fino a Colle di Val d’Elsa lungo la vecchia ferrovia, decreto rassicurante. Alle 16 c’è ancora un sole di rame ma noi partiamo fiduciosi della rinfrescante discesa, che si consuma in un amen. Solo che dopo non segue “La messa è finita, riposate in pace”, ma parte un rosario di salite e discese accompagnato dal mistero doloroso dell’ennesima strada sterrata al calor bianco, dalla catena di Meri che cade e dal filo del freno anteriore del Ciccio che si incastra nella pastiglia e gli blocca la ruota. Quella anteriore, giusto per spezzare la monotonia.
Finalmente arriva anche Poggibonsi e gli ultimi 12 chilometri ci risparmiano l’agonia del terzo fiato. E’ uno sterratino DOC, bello e compatto, ricavato dalla sede della vecchia ferrovia. E’ in leggera salita, ma per noi ormai rotti a tutto sembra quasi in discesa tanto si va di lusso. Arriviamo al convento Francescano di Colle di Val d’Elsa che è passata l’ora dei vespri. Ci accoglie un custode, non-frate, che ci accompagna alle nostre camere. “Sono 15 Euro a persona, domani lasciateli pure sul comodino”. Un attimo dopo ci siamo solo noi e qualche altro pellegrino di cui intuiamo la presenza nelle altre camere. Non un frate, un simil-frate, un fraticello. Ci pare di essere in un immenso convento popolato da fantasmi.
Pensiamo con nostalgia al convento dei frati-azzurri di Betania, al loro interminabile vespro e alla sveglia mattutina con le note del Magnificat cantato da Mina diffuse dagli altoparlanti nella stanza, e ci sembra di essere piovuti su un altro pianeta.
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