Anello sud-est novarese
Giorno zero
Oggi si riparte.
La vita è fatta di un continuo voltar pagina, ma non capita spesso di rendersene conto. Per un attimo oggi rischiava di andare così, una silenziosa ripartenza smarrita per strada per distrazione, ma sulla strada per Monticello me ne sono reso conto: oggi si ricomincia.
Non è mica la prima volta che io e Meri andiamo in bici da soli, anzi. Ci siamo anche fatti due viaggi per conto nostro. E anche Franci è da un po’ che va in bici per conto suo quando gli viene la voglia. Ma oggi è diverso. Non saprei neanche dire perché, ma mi accorgo che è diverso.
Francesco non aveva niente da fare, neanche amici da vedere, la giornata è bellissima, la settimana blindati in casa è stata estenuante. Eppure ha detto “no, preferisco stare a casa. Mi cucinerò qualcosa e poi vedo.”
Ecco, è finita, e si ricomincia. È un giro di pedali durato nove anni, iniziato con un’idea uscita dal nulla: “Perché non facciamo una vacanza in bici?”
Era il 2012, Francesco aveva 8 anni e noi non avevamo minimamente idea di cosa stessimo iniziando. In Olanda abbiamo noleggiato borse e bici, le nostre nuove fiammanti quella di Franci vecchia, arrugginita, senza marce e comunque carica di borse.
La partenza nel centro di Amsterdam è stata una scena da circo: il Ciccio faticava a stare in equilibrio e andava a zig-zag, seminando il terrore fra gli automobilisti e sgranando porconi da farsi il segno della croce. Poi col tempo ha capito i trucchi del mestiere, domato il ferrovecchio e ci ha preso talmente gusto da farci quasi raddoppiare il chilometraggio previsto: 450 km in dodici giorni invece dei 250 che avevamo immaginato.
Mentre da Granozzo infiliamo la provinciale per Casalino, abbracciati da una campagna secca come un guscio di noce, mi viene in mente che è stato allora, al termine di quell’avventura olandese che abbiamo avuto l’epifania: prepararci in tre-quattro anni per l’avventura di una vita. Due genitori e un ragazzino in bici sulla via della seta, da Novara, via Mossotti 11, a Piazza Tienanmen.
Ci abbiamo creduto per un bel po’, ho fatto anche un conto approssimativo dei giorni necessari (9 mesi, da marzo a fine novembre) e ho iniziato a studiare. Perché in un giro così non è tanto la strada da fare il problema, ma la logistica. Ed è stato in quei mesi autunnali del 2012 che è nato il blog StradeStorie, con l’idea che diventasse una specie di curriculum per quando avremmo cercato degli sponsor per sostenere l’impresa.
Quando arriviamo a Borgo Vercelli tagliamo la statale e proseguiamo verso nord. A Villata una pattuglia di carabinieri ci lascia sfilare augurandoci buona domenica mentre la mia mente ripercorre il nostro allenamento durato quattro anni e fatto di giri domenicali e viaggi estivi.
Il primo progetto è stato il Danubio, da Donaueschingen, in Germania, fino al Mar Nero. Un viaggio di 3000 km già orientato a est con qualche assaggio di paesi per noi lontani, anche se non lontanissimi. Le prime due tappe, nel 2013 e nel 2014, ci hanno portato fino a Budapest. Franci, ancora bambino, si sgranava chilometri e chilometri al giorno con la caparbietà e la costanza di un muletto, anche se a volte pareva chiedersi quale fosse il senso di tutta quella fatica quando tutti i suoi coetanei l’estate la passavano al mare fra secchielli, palette e biglie colorate.
Nel 2015 abbiamo deviato temporaneamente a occidente, per andare incontro all’Oceano Atlantico lungo la Loira, partendo da Orleans. Dal paniere della memoria acciuffo il nostro ultimo giorno, pedalato contro un vento che aveva sradicato alberi e abbattuto cartelli stradali, un giorno terminato su un cavalcavia autostradale da cardiopalma, con Francesco che mi seguiva come un’ombra e io che pregavo divinità note e ignote di poterne uscire tutti quanti vivi e interi.
Nel frattempo arriviamo a S. Nazzaro Sesia, deserta come fosse reduce da un disastro nucleare. Il baretto è chiuso e noi ci appollaiamo sulle panchine a coté dell’abazia a sgranocchiare i nostri generosi panini. E pensare che quasi esattamente un anno fa eravamo su queste stesse panchine con Francesco ed Enrico, ma era una pandemia fa e il mondo era ancora rotondo e comprensibile.
Mentre sorseggiamo l’amaro calice di un caffè preso da un distributore automatico non posso non pensare al caffè offertoci da una signora in Romania nel 2016.
Mentre sostavamo per prendere fiato ci aveva chiamato dal balcone per offrirci il caffè e raccontarci un pezzo della sua vita. Francesco aveva ormai 12 anni e si affacciava al periodo complicato dell’adolescenza quando noi abbiamo deciso di tirare il collo al Danubio in una botta sola. Budapest - Mar Nero, 1500 km pedalati in un mese fra Ungheria, Croazia, Serbia, Bulgaria e Romania, attraverso cinque lingue e un minestrone di etnie e abitudini che ci faceva pregustare la grande traversata d’oriente che avrebbe dovuto materializzarsi da lì a un anno.
Lungo una delle infinite sterrate che fanno da sutura fra la Sesia e il Ticino costeggiamo la cascina di S. Apollinare, una specie di comune stile anni ‘60 che avevamo visitato anni fa e che ora ci pare deserta.
Fra una buca e un ciottolo il mio orologio si ferma all’estate del 2017, al confine fra Kazakistan e Cina, dove il burocrate di turno ci aveva fatto penare mezza giornata prima di farci entrare nella nazione più grande e popolosa del pianeta. Un passaggio pensato, immaginato, pregustato per anni e rimasto nel mio immaginario, fagocitato dalla vita reale che giustamente se ne frega dei nostri piani per fare quello che vuole.
Oltretutto l’anno precedente, arrivati al Mar Nero, Franci aveva decretato che l’anno successivo piuttosto che andare in bici avrebbe fatto compiti tutta l’estate, per cui il 2017 è stato l’anno della nostra prima solitaria, molto più nostrana della Cina: da Salisburgo a Grado lungo la ciclabile Alpe Adria. È stato anche l’anno in cui abbiamo affrontato, per la prima volta, salite vere, lunghe, sulle montagne. Non estreme, ma per noi una rivelazione: ce la possiamo fare. È stato l’anno in cui ce la siamo presa comoda, lasciando a casa la consueta tonnellata di attrezzature da campeggio che è stata come un marchio di fabbrica dei nostri viaggi a due ruote.
Al nostro ritorno Francesco dichiarò di voler riprendere la bici. Guardandolo bene capii che il periodo delle storie e dei romanzi a puntate raccontati per farlo andare avanti era finito per sempre, e che da quel momento in poi saremmo stati noi quelli al traino. Infatti l’estate successiva, è il 2018, siamo partiti tutti insieme per una traversata italica da nord a sud, Bossico - Bari, quasi 1000 km sgranati in un caldo terrificante. Francesco, sempre avanti, tirava come un locomotore per cui ci davamo appuntamenti ogni 15-20 km per evitare di vederlo svanire oltre l’orizzonte. Cosa che poi ha effettivamente fatto, fra l’altro, a Porto Recanati quando, nella fregola di partire, se ne è partito a razzo senza telefono e senza appuntamento, per una strada diversa dalla nostra, lasciandoci nella paura più nera per un bel pezzo del pomeriggio.
Il 2019 siamo ancora soli, noi vecchietti sempre più malconci ma incuranti di età e acciacchi. Ci dedichiamo al Rodano, per farci condurre da Lione attraverso Francia e Svizzera fino a Briga, dove lo lasciamo per un’ impresa che ci pare ardua quanto la Cina: la salita al passo del Sempione, 1400 metri di dislivello in 20 km di salita implacabile e costante. Eppure ce la facciamo. Non credo di aver mai sorriso tanto come nel selfie che ci siamo fatti al passo. Ci è voluto un grandangolo per farcelo stare tutto.
È ormai ora di rientrare a Novara. Sfioriamo Gionzana, lasciamo alle spalle Casalgiate e ritorniamo nel casino della nostra piccola e quasi sconosciuta cittadina.
Guardando la cupola di S. Gaudenzio il dejà-vu è la partenza dell’estate 2020 per l’ultima impresa di questo gruppo squadernato: Cupola-Cupolone, ovvero da Novara a Roma lungo la Via Francigena, un rosario di salite e discese fra appennino e colline sotto un sole implacabile da farci sembrare il Sempione una gita in ascensore. Come fossimo i tre moschettieri per quest’impresa abbiamo aggiunto il quarto elemento: Enrico, amico di Franci, unitosi alla carovana sicuramente ignaro di cosa lo avrebbe veramente aspettato.
Ricordo che a Roma, posate le bici in Piazza San Pietro, la felicità dell’essere arrivati durò meno di un attimo, scalzata dal pensiero delle infinite strade da fare e del poco tempo che mi resta per farle: Compostela, Capo nord, San Pietroburgo, L’America dall’Alaska alla Terra del fuoco, la route ‘66, la Cina....
Quando rientriamo a casa Franci non c’è. Faccio la doccia e, quando esco, il vapore ha appannato la finestra. Scostando la tenda quello che vedo è l’immagine esatta e perfetta delle strade che, se dio vorrà, avrò la grazia di misurare con i miei copertoni in quest’ultimo lungo, lunghissimo, infinito scampolo di vita.
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