Noceto (Medesano) – Berceto (59,5 km)
In direzione ostinata e contraria
Da ragazzo odiavo la storia. Un po’ perché ho la memoria del topo e ricordo a malapena la mia data di nascita, un po’ perché non ho mai capito il senso di questo eterno umano scannarsi non dico per la sopravvivenza (questo lo capirei) ma per potere e sopraffazione.
Il risultato era che non la studiavo e, per non rischiare di venire pizzicato impreparato, me le inventavo tutte. Per esempio, mi facevo interrogare di filosofia più volte oppure balzavo direttamente la lezione firmandomi la giustificazione. Quando l’interrogazione non era più evitabile allora inventavo di sana pianta (più o meno come faccio con i miei diari) confidando in un po’ di arte oratoria e spirito di improvvisazione.
Col passare del tempo me ne sono pentito. Il massimo della vergogna l’ho provata anni fa, quando accompagnai un mio amico professore americano in un weekend per la Toscana. Lui era assetato di storia, che in America neanche sanno cos’è, mentre io facevo fatica a distinguere il medioevo dal rinascimento. Cercavo di spostare l’attenzione sul paesaggio naturale (“Guarda che belle colline, come sono verdi”) ma con scarsi risultati, visto che in America hanno il Grand Canyon, che le nostre colline se le inghiotte come antipasto.
A Francesco, invece, è sempre piaciuta, soprattutto da quando mio cognato gli ha fatto conoscere i podcast di Alessandro Barbero. Barbero è un professore di storia medievale ma riesce a parlare per ore di qualunque periodo, passato, presente o futuro, come se stesse bevendo gazzosa. E anche a chi ascolta le sue lezioni fanno lo stesso effetto: acqua tonica con limone in una torrida giornata di agosto.
Anch’io rimango affascinato, lo ammetto. Poi non mi ricordo niente, a causa della memoria da topo, ma mentre ascolto mi pare che la nebbia della storia si diradi per lasciare spazio a paesaggi perfettamente coerenti. Magari non belli ma coerenti. Poi Barbero smette e tutto diventa nuovamente confuso e caotico, senza alcun senso. Due minuti dopo ho già dimenticato tutto.
Oggi ho deciso che la salita a Berceto me la sparo con uno dei suoi podcast: “In nome del popolo sovrano”. Non è proprio una lezione di storia, ma una sorta di happening a domande e risposte dove il tema dominante sono le rivoluzioni e la domanda centrale è: “perché gli italiani hanno sempre fatto solo rivoluzioni da pulcinella?”.
Fino a Fornovo di Taro siamo andati tranquilli, tutto in falsopiano, il mio ginocchio fasciato con una banda nuova di zecca comprata in farmacia a Medesano. A Fornovo si inizia a fare sul serio, ma io aspetto a partire con il podcast ipnotico, riservandolo per quando il gioco si farà duro.
Dopo dieci minuti vediamo il Ciccio ed Enrico che tornano in volata. La strada è giusta, ma Enrico è stato punto da un’ape che si era intrufolata nella maglietta. Mentre Meri cura amorevolmente la puntura rifletto sulla varietà delle reazioni umane alle situazioni di stress. Fossi stato io avrei sciorinato a memoria la Treccani dei porconi e avrei chiamato il 118 per il timore di uno shock anafilattico. Enrico a malapena muove un sopracciglio. Magari dentro chissà quante madonne avrà tirato giù, penso, ma dal di fuori pare serafico e pacifico come un Buddha che ha trovato il Nirvana.
Beato lui, penso, e intanto riattacco la salita ed è giunto il momento del podcast che spero abbia su di me l’effetto ipnotico giusto da non farmi sentire la gravità che come un cane rabbioso si attacca al culo della bici e la tira giù, ostinatamente alla rovescia rispetto a dove voglio andare.
La giornata, tanto per cambiare, è caliente. Io chiudo la fila, che per via del ginocchio risalgo alla velocità del bruco. Meri è avanti e la pendenza aumenta, costantemente, quasi a voler dire, “vediamo quando schiatti”.
Dopo Bardone vedo Meri, sotto una pianta. Ho già la battuta pronta, ma basta uno sguardo per capire che non è cosa. La fatica mista al calor bianco non l’ha messa dell’umore giusto per cui taccio e la lascio partire. A Terenzo la pendenza diventa quasi impedalabile. Meri scende a spingere, io ce la faccio al limite, solo perché la mia bici ha una fila di pignoni in più che mi permette di evitare l’onta.
Dopo Terenzo, Barbero sta parlando dei giovani di oggi rispetto agli anni ’60 che squilla il telefono. E’ Meri. Dice che gli arcangeli Michele e Gabriele le sono apparsi sul fanale anteriore e hanno indicato una strada in discesa verso Calestrano. E’ la follia, penso, l’ultimo stadio. Piuttosto che scendere faccio autostop con la bici e tutto. La raggiungo e vedo anch’io i due esseri celesti che, travestiti da ciclisti, mi dicono che la strada che stiamo facendo è insensata, mentre se scendiamo a Calestrano (ben 200 metri di dislivello più in giù) troveremo una strada che ci porterà a Berceto senza durar fatica.
Anche se sono sicuro che sia il diavolo a tentarci siamo disperati al punto da buttarci in discesa annullando tutta la fatica che abbiamo fatto nell’ultima ora. Barbero lo chiudo nel cassetto e ci lanciamo in un discesone che sarebbe esaltante se non dovessimo rifarcelo in un modo o in un altro.
Dopo Calestrano il cane rabbioso si attacca di nuovo al culo della bici, ma si vede che è un po’ stanco anche lui, perché effettivamente si sale. Lenti, con fatica, ma si sale. A Ravarano incontriamo la Madonna, travestita da Ostessa, che ci raccoglie stremati, ci sistema a un tavolino e ci serve un roast-beef monumentale, innaffiato con Coca cola, acqua tonica e acqua minerale.
Mentre riprendiamo conoscenza il telefono trilla: “Dove vi trovo?” E’ il Giampa via Whatsapp. Sarà mica come l’anno scorso al Sempione che mi ha fatto fesso, facendomi credere che ci saremmo incontrati in cima alla salita? Questa volta è tutto vero. Io me lo immagino già che esce dall’ufficio a Reggio Emilia, inforca la sua bici Peugeot anni ’80 e mi supera in scioltezza mentre io arranco con un metro di lingua fuori.
Sono quasi le 18 quando ripartiamo per gli ultimi 17 km, parte in salita e parte in una specie di falsopiano con discese planate mozzafiato, tutte senza freni, con l’appennino che si infiamma delle luci della sera.
Quando arriviamo i ragazzi sono a Berceto da un pezzo, il Giampa sta per arrivare, in macchina per fortuna (se no avrei smesso tutto, lo giuro).
Dicono che il passo della Cisa sia il tratto più duro di tutto il nostro andare. Non posso fare altro che crederci, esattamente come i bambini credono alla favola di Babbo Natale.
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