Anello fra la Badia di Dulzago, Momo, Agnellengo, Proh e Caltignaga (circa 60 km)
Nella terra del rimorso
All’inizio il periodo dell’incubo e dell’insonnia durava tre mesi, da ottobre a fine dicembre. Il sogno era sempre lo stesso. In un momento imprecisato della notte si trovava nel bar del paese, e Lino era seduto a un tavolo, immobile. Il gomito era appoggiato sul tavolo e il palmo della mano reggeva la testa. Gli occhi, chiusi.
“Lino, vuoi un bicchiere di rosso?” ma Lino non rispondeva e pareva non respirasse. “Lino, dormi? Vuoi un bicchiere di rosso? Lino, sveglia! LINO, LINO!”. Lo afferrava per le spalle e lo scuoteva, fino a che l’amico apriva gli occhi, lo guardava e poi gli voltava le spalle.
Era a quel punto, quando di Lino poteva vedere solo la nuca, che Luigi si svegliava terrorizzato, tutto sudato e con il cuore impazzito. La notte, per Luigi, terminava lì. Si alzava e andava a sedersi sulla sedia di paglia in cucina, con i gomiti appoggiati al tavolo e le mani sulle orecchie, come se potesse, in quel modo, mettere a tacere il temporale che si era scatenato dentro di sé.
L’incubo ritornava, sempre uguale, due, tre, a volte anche quattro volte alla settimana, così che in capo a un mese Luigi diventava intrattabile e si trascinava nella giornata con gli occhi gonfi come un pugile.
Degli incubi la moglie non se ne accorgeva. Aveva il sonno pesante la Nella e quando si addormentava sembrava un gatto. Poteva dormire tutta la notte nella stessa posizione come se avesse un interruttore a tempo, nascosto da qualche parte, che la spegneva alle 22 e la riaccendeva alle 6 della mattina dopo.
Ma quando era iniziata questa pena degli incubi non ci volle molto alla Nella per notare che il marito era diventato irritabile, taciturno, sbadato. Aveva anche provato a chiedere, timidamente, se ci fosse qualche problema ma non c’era stato verso di cavar fuori nulla da quell’uomo che sembrava essersi chiuso come una noce.
A gennaio l’incubo svaniva, come era arrivato, Luigi tornava quello di prima e la Nella si metteva il cuore in pace ed evitava anche di chiedersi da dove fosse arrivata questa stranezza che si ripeteva ormai da anni.
Da un po', però, la situazione era peggiorata. Il periodo dell’incubo iniziava sempre prima e finiva sempre più tardi. Una volta, mentre cercava i chiodini in una domenica nebbiosa di ottobre, gli era parso di vedere il Lino che lo guardava in silenzio seduto su un cippo. Come nel sogno si era girato e a quel punto Luigi era scappato, lasciando la cesta dei chiodini e inciampando e cadendo a ogni passo per via della paura e della nebbia. A casa si era chiuso nel capanno degli attrezzi per evitare che la moglie lo vedesse così, con la faccia di un cadavere.
Ma la Nella, da tempo attenta e preoccupata, aveva sentito sbattere la porta del capanno e, mossa da un istinto che solo le donne sanno avere, si era piantata davanti alla porta. Quando Luigi era uscito se l’era trovata di fronte, piccola e allo stesso tempo immensa. L’aveva guardato dritto negli occhi e gli aveva detto: “Luigi, io non so che succeda, ma tu sai quello che devi fare. Quindi fallo.” E se ne era tornata in cucina.
Nove mesi dopo, alla caserma dei carabinieri di Oleggio il piantone stava risolvendo un cruciverba quando sentì suonare il campanello. “Devo fare una denuncia”. Il piantone aprì il cancello e si trovò davanti Luigi Mocchetti. “Luigi, che è successo?” “Prima che paghi un innocente, sappiate che il guardiacaccia Rimola di Bellinzago, morto 14 anni fa, l’ho ucciso io”.
Della storia di Lino Rimola, ucciso nei pressi della Badia di Dulzago il 25 ottobre 1957 all’età di 34 anni, oggi rimane un cippo di marmo lungo uno sterrato in mezzo al bosco. Lo nota Meri quasi per caso mentre, lasciata alle spalle la Badia, percorriamo questo giro già pedalato anni fa, quando Franci era un pischellino che trottava allegro fra mamma e papà. Solo che al tempo il cippo ci era sfuggito, o forse non c’era, chissà. Al centro una foto del giovane Lino guardiacaccia, con il fucile sulle spalle e lo sguardo fiero del servitore dello stato. Alla base un’esortazione rivolta a noi: “Viandante che passi, medita e rivolgi una preghiera per chi è morto nell’adempimento del suo dovere e una invocazione alla divina giustizia perché punisca il feroce assassino”.
Non so bene che fare. Il guardiacaccia Rimola, se è morto da giusto, non penso necessiti di una mia preghiera. Sul feroce assassino non ne so ancora abbastanza per invocare il Dio degli eserciti perché gli infligga le peggio cose nei più oscuri gironi infernali.
Stamattina, poco prima di arrivare a Dulzago, ci siamo fermati alla periferia di Cavagliano, dove un circo ha montato il tendone. Per forza, cosa vuoi che facciano i circensi in epoca di pandemia. Non potranno mica installarsi allo Sheraton e aspettare che passi la buriana per riaprire i battenti. Per cui realizziamo che, per non perdere l’allenamento, dovranno necessariamente fare spettacolo tutti i santi giorni per un pubblico fantasma con entusiasmo e allegria, anche se di soldi non ne vedono da più di un anno mentre elefanti e tigri continuano a mangiare come sempre. È una storia che mi affascina e, per un attimo, pensiamo di entrare nel circo e trovare qualcuno con cui chiacchierare.
Ma mentre pedaliamo nella campagna verso Momo la storia del guardiacaccia e del feroce assassino ha scalzato le mie fantasie sul circo in attesa. Chi l’avrà ucciso e perché? Una storia di gelosia? Oppure vecchi rancori della guerra di liberazione? Magari Lino era un ex partigiano e l’uccisore un repubblichino che gliel’aveva giurata. O magari viceversa.
Ad Agnellengo ci sediamo sul sagrato della chiesa e, mentre con la sinistra tengo il panino da sgranocchiare, con il pollice della destra rovisto con il telefonino i meandri di internet per saperne di più su questa storia. Un articoletto di un anno fa apparso su un giornale locale online riporta di una cerimonia commemorativa da parte dell’Unione nazionale pesca a mosca. Nel brevissimo testo si fa riferimento ad un omicidio per mano dei bracconieri. Qualcosa in più, ma non ancora abbastanza.
In quanti saranno stati? L’avranno atteso in un agguato? Oppure l’avranno ucciso sentendosi scoperti? Magari il Rimola, dopo mesi di indagini, aveva avuto una soffiata che il 25 ottobre avrebbe potuto catturare i bracconieri nel boschetto a ovest della Badia, ma non si era aspettato di finire in un conflitto a fuoco. Oppure i bracconieri avevano saputo che potevano trovare il guardiacaccia scoperto e disarmato perché in quel giorno era di riposo e sarebbe andato a cercare funghi vicino ai fossi nei pressi Dulzago.
Sto giusto finendo la banana che accade un miracolo digitale: fra i risultati dell’ennesima ricerca, google decide di presentarmi un pdf che altro non è che la scansione di una pagina de L’Unità del 4 giugno 1972. In fondo alla pagina un brevissimo articolo: Confessa un omicidio dopo quattordici anni. La sera prima Luigi Mocchetti, agricoltore della zona, si era presentato alla caserma dei carabinieri di Oleggio confessandosi responsabile della morte del guardiacaccia.
Un incontro avvenuto ai limiti della riserva di caccia. Una discussione verbale. Il Rimola che tenta di togliere il fucile al Mocchetti afferrandolo per la canna. Parte accidentalmente il colpo che lo centra in pieno petto. Entrambi cadono lasciando il fucile che, atterrando, scarica il secondo colpo nella nuca di Lino. Il resto non lo sappiamo, ma provo a immaginarlo mentre chiudiamo il nostro anello nelle campagne fra Proh, S. Bernardino e Caltignaga. La fuga di Luigi, la paura di essere scoperto, il rimorso covato per quattordici anni fino a quel fatidico 3 giugno 1972.
Luigi Mocchetti, il feroce assassino, fu dichiarato responsabile di omicidio colposo ma non venne condannato perché, a quel tempo, il reato era caduto in prescrizione.
Di questa piccola e triste vicenda umana rimangono un cippo di marmo, un eroe, un feroce assassino, un gruppo di bracconieri mai esistito, una pagina di giornale, e ora anche una storia inventata su un uomo che non riesce più a dormire e sulla moglie che, come di solito fanno le donne, lo aiuta a liberarsi.
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