Berceto – Marina di Massa (53,4 km)
L’ultimo magnaccione
A ognuno il suo. A immagine e somiglianza del proprio ideale, della versione del sé che non vedrà mai la luce. I miti, i “cult”, ci aiutano a sopportare la propria mediocrità e insignificanza, facendoci sentire un po’ speciali per riflesso di qualcosa o qualcuno.
I miti possono essere persone, talmente idealizzate da perdere la propria imperfetta umanità, ma possono essere cose, libri, film in cui ci rispecchiamo come un Narciso nell’acqua. Un mito perde spigoli e sfaccettature, così che la realtà che lo ha prodotto si trova orfana e dimenticata senza possibilità di un vero riscatto per anni, secoli, a volte per sempre.
Prendiamo ad esempio un paio di miti cinematografici dei miei anni ruggenti. Il fllm “Il senso della vita”, dei Monty Python, l’ho visto in gruppo a casa di un mio amico a fine anni ’80. Giuro che non mi è piaciuto, ora lo posso dire visto che tanto nessuno mi leggerà. Ma solo il non ridere con gli altri delle scene che trovavo di un’insulsaggine infinita era motivo di sospetto: come era possibile non apprezzare un film che era ormai considerato un capolavoro per definizione? Oppure “Amici miei”, con i concetti ormai immortali di supercazzola e zingarata, conosciuti anche da chi il film non l’ha mai visto. Io l’avrò visto quattro volte, l’ho sistemato nel mio portafogli personale di miti ma, se devo essere sincero, non penso che sia il più bel film che abbia mai visto, neppure il più comico.
Ma il mito è fatto così, non è più discutibile ma solo tramandabile, e io Amici miei l’ho tramandato al Ciccio propinandoglielo un paio di volte e organizzando anche una zingarata, due anni fa, dove siamo partiti da Novara per arrivare a Chieti in 5 giorni senza programmi, vagolando per statali e provinciali come ubriachi.
Mentre salgo da Berceto al Passo della Cisa realizzo che durante la nostra zingarata siamo passati proprio da questa strada. Com’è piccolo il mondo. Stamattina siamo partiti tardi, dopo esserci attardati a dare bada al Duomo di Berceto, chiesa del ‘500 che ha nascosto per secoli tesori ben più antichi, riportati alla luce negli anni ’70 dal parroco che aveva scavato nel centro della chiesa di notte, di nascosto e insieme al campanaro per ritrovare due scheletri e un calice di cristallo risalente al tredicesimo secolo.
Un mito di portata più familiare è quello dei Magnaccioni, la celebre canzone popolare romana che io e il Ciccio cantavamo durante le salite per la Romania. Mentre arrotoliamo gli ultimi 9 chilometri che portano al passo io e il Ciccio ci spariamo un magnaccione, probabilmente l’ultimo, per rievocare le antiche sofferenze e consegnare questa pratica masochistica (per me) agli annali dei miti della famiglia Mennella-Franchini.
Al passo il tempo è bigio e rigidino, ma noi, che trasudiamo soddisfazione da ogni pertugio, siamo contenti come pasque e ci pare che, una volta arrivati qui, il resto possa essere solo un primaverile svolazzare fra campi in fiore e garrire di rondini festanti. Naturalmente siamo dei poveri illusi, lo posso ben dire ora che sto scrivendo queste righe e ci mancano cinque tappe che ci sembrano cinque gironi nell’inferno dantesco. Ma quel momento ha un sapore talmente perfetto che cancelliamo all’istante ogni imperfezione e lo viviamo come un mito in tempo reale.
Non abbiamo voglia di scendere e la tiriamo per le lunghe. Prima il souvenir, poi la visita al santuarietto di Nostra Signora della Guardia, infine un mega tagliere di salumi e pecorino per calmare la perenne fame dei ragazzi e pensare anche di dare un senso alla giornata della locandiera, che da queste parti e di questi tempi non pare navigare in chissà quali affari.
All’interno del santuario, posizionato in cima a una terrificante scalinata spezzafiato, l’occhio mi casca su due reliquie appese fra un beato e un santo: una maglietta di Gianni Rivera e un’altra del ciclista Vittorio Adorni, che nel ’65 vinse il giro d’Italia battendo Gimondi con un distacco di quasi 12 minuti. All’inizio mi pare strano, il calcio e il ciclismo in mezzo ai santi, ma poi mi pare tutto regolare visto che, in ultima analisi, sempre di miti e idealizzazioni si tratta.
Le magie, si sa, durano poco, e la mezzanotte per noi arriva più o meno verso le due del pomeriggio, quando torniamo in groppa ai velocipedi e ci lanciamo a picchio in discesa sulla provincialina deserta che fa da alternativa molto più divertente al percorso sulla statale. Fino a Pontremoli è una volata magica, mitica, punteggiata solo dalla preoccupazione della funzionalità dei freni. Arrivati a Pontremoli la carrozza si trasforma in zucca, i cavalli in topolini e la strada torna ad essere un nastro su cui pedalare e sversare umori corporei.
A ponte Magra io e Meri bariamo per evitare un tratto collinare che lasciamo, senza dir nulla, ai giovani, che tanto sono sempre avanti senza curarsi di nulla. Ben gli sta. Il nostro taglio strategico ci scodella sulla statale, vagamente trafficata ma molto meno faticosa, che ci accompagna ad Aulla dove il pedale si ferma per lasciar posto al binario. Come in ogni nostro giro dobbiamo regalarci il nostro tratto in ferrovia e quest’anno abbiamo optato per Aulla-Marina di Massa, dove ci spiaggeremo per un paio di giorni.
Intanto, mentre sono sulla carrozza e vedo la Lunigiana sfilare via, penso ad Aulla, la Placida e i suoi testaroli al pesto. Una bella storia che è la seconda volta che non riesco a raccontare. Chissà se avrò una terza occasione.
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