20 luglio: Viterbo – Monterosi

Viterbo – Monterosi (56,40 km)



Tagliata a colazione

Io sono ipocondriaco e, come tale, posso convincermi di avere qualunque malattia. Naturalmente, quando c’è l’imbarazzo della scelta fra varie possibilità, la mia mente si attacca alla peggiore come una cozza allo scoglio, per cui uno starnuto prelude a una crisi di asma, il bruciore allo stomaco è indice sicuro di tumore al duodeno, il cerchio alla testa non può che segnare l’incombere di un ictus e l’affanno è per forza di cose l’anticamera dell’infarto.

Qualsiasi dettaglio, anche una sfumatura impercettibile, magari solo immaginata, può scatenare l’embolo e sprofondarmi nel terrore, portandomi alla ricerca compulsiva di una TAC total body da effettuare sull’unghia o di uno specialista da cercare così, sulle pagine gialle, senza alcun criterio se non quello di potermi visitare immediatamente, senza neanche il tempo di una doccia.

Stamattina non c’è stato un vero e proprio embolo, ma un commento di Meri sugli olii di frittura fatto mentre mi stavo gustando una frittella zuccherata trasudante grassi idrogenati, mi ha strizzato la bocca dello stomaco come fa il contadino quando prende il coniglio per le orecchie prima di fargli la festa. La frittata, per così dire, è fatta per cui parto spezzato in due da crampi allo stomaco e conati di vomito che riesco a malapena a contenere.

Poiché, com’è noto, chiodo scaccia chiodo, risolvo subito il problema digestivo con una buona dose di tagliata etrusca consumata di prima mattina, appena fuori Viterbo. Solo che in questo caso non si tratta di controfiletto alla griglia ma della tipica rete viaria etrusca, fatta di strade “tagliate” direttamente nel tufo per le quali gli antichi abitanti della Tuscia si spostavano, protetti dai briganti e dal sole, e nelle quali oggi ci imbuchiamo con i nostri centauri per affrontare la nostra penultima tappa. Sembra impossibile a pensarci, ma domani è davvero il giorno del nostro arrivo nella capitale del mondo.

Nel frattempo, l’ennesima salita a tradimento incocciata all’uscita di una tagliata ci scodella all’ingresso della “Clinica buon respiro”, un centro di riabilitazione del San Raffaele incastonato nei boschi appena fuori Viterbo. Con un palmo di lingua fuori per un attimo penso di suonare per farmi ricoverare, visto che il mio respiro è rimasto in città e il cuore bussa come un picchio, ma poi realizzo che la clinica è specializzata in disturbi dell’età evolutiva, mentre i miei sono indubbiamente caratteristici di un’età più propriamente involutiva, per cui me ne faccio una ragione e ripartiamo.

A Vetralla riagganciamo la testa del convoglio, facciamo la spesa, segno il territorio con una passatina al bagno del supermercato e ripartiamo tosto per arrivare a Sutri dove planiamo in volata, dopo una discesa che ci ripaga degli umori sversati in salita. Nella cittadina, che dicono meriti una visita, non ci entriamo. Un po’ perché ci sarebbe da salire rispetto alla Cassia, dove ci troviamo, e un po’ perché pare che Sgarbi, sindaco emerito del paese, abbia vietato di indossare le mascherine senza una buona ragione. Che motivo potrei mai addurre io se mi fermassero i vigili? “Scusate sono ipocondriaco e ho una paura fottuta di prendermi il COVID”? Meglio non rischiare. Così pranziamo a distanza di sicurezza, nel parco-necropoli dove, come dessert, ci spariamo un altro paio di tagliate in mezzo ai boschi, qualche antica tomba etrusca e una sbirciatina all’anfiteatro attraverso il cancello che, purtroppo, è più chiuso di una serratura.

Il pomeriggio vede Eolo nostro alleato che ci soffia sul fondoschiena e bilancia la pena dell’ultimo pezzo di sterrato prima di Monterosi, che ci massacra ruote, fondoschiena, zebedei e tenta più volte di far risalire il pranzo dai fetidi anfratti del colon fino in gola. In paese ci attrezziamo per quella che sarà la nostra ultima cena da pellegrini, in attesa della cacio e pepe monumentale che ci attende a Roma, sperando che non mi rimanga sullo stomaco.

Usciti da Monterosi dobbiamo percorrere un breve tratto di Cassia e deviare poi per la campagna. Rientriamo nella regionale per una rampa infida, che ci scodella in quello che, nel giro di pochi chilometri, si è tramutato a nostra insaputa in un mostro urlante a due carreggiate e quattro corsie, saturo di mezzi gommati in velocità, idrocarburi incombusti e residui di incidenti vari sparsi per il ciglio della strada. Purtroppo, quando ci accorgiamo dell’errore strategico di aver preferito la Cassia alla traccia ufficiale (che era più lunga ma, evidentemente, più indicata a noi) è troppo tardi per tornare indietro. Già sembriamo dei folli così, se dovessimo percorrerla anche contromano non so se ci raggiungerebbero prima i carabinieri o i becchini.

E allora tiriamo dritto, a testa bassa, per quattro chilometri che mi paiono infiniti e durante i quali mi rivedo in Romania e Bulgaria, quando ci eravamo trovati anche lì a pedalare praticamente in autostrada. Soltanto che da quelle parti la cosa era almeno formalmente permessa mentre qui mi aspetto da un momento all’altro una volante della polizia che ci ferma a sirene spiegate e urlanti “macheminchiastatefacendo”.

Per fortuna ne usciamo, ancora una volta, illesi, ma siamo talmente provati che ritornare sullo sterrato che conduce al nostro agriturismo ci pare una benedizione del Santo Padre in persona.

Proprio lui, il mitico Papa Francesco che domani, me lo sento, sarà lì ad attenderci, sotto l’obelisco, con le braccia aperte di un angelo del paradiso.



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