Monterosi – Roma (60,63 km)
Ad limina Petri
Simon è biondo, capelli corti, gli occhi chiari che sorridono. Parla poco, mentre Sophie e Adelie chiacchierano volentieri, riempiendo la serata. Loro vengono da Lione, partite pochi giorni fa lungo il Rodano per un viaggio di qualche mese che le porterà in Grecia, per tornare risalendo lo stivale da Bari, passando per Roma lungo la via Francigena. Pensa un po’.
Simon è svizzero, di Zurigo ed è partito oggi. In treno fino a Briga e poi alé, in sella, per farsi il Sempione a colazione e Domodossola-Novara per pranzo e merenda. La cena gliela offriamo noi. È diretto a Roma, lungo la via Francigena, se non si fosse capito.
A casa nostra è il lunedì di Pasqua del 2022, e quello strano animale che è il caso, o il destino, ha messo in fila queste vite e questi viaggi perché cercassero ospitalità lo stesso giorno presso la nostra famiglia, che parte di questi viaggi ha già condiviso negli anni passati: Lione, il Rodano, Briga, il Sempione, Bari, la via Francigena.
Dopo cena Adelie prende la mia chitarra e ci canta un paio di canzoni, con una voce bassa, roca, che sa di fumo e storie. Simon, invece, studia. Gli ho passato le nostre guide e la sua mente è andata altrove, a pianificare i prossimi cinque giorni che lo porteranno a Roma. Sì, perché oggi è lunedì, e sabato lui dovrà già essere a destinazione, che fra una settimana esatta il lavoro lo reclamerà a Zurigo.
Cupola-Cupolone in 5 giorni. Noi ce ne abbiamo messi 21, 14 in sella e 7 a sbollire, Simon ce ne metterà 5. Praticamente il triplo della velocità. Anche se viaggia con una bici in carbonio che pesa come un foglio di carta e invece che portarsi l’armadio appresso ha giusto un paio di marsupi, per le mutande, i calzini e lo spazzolino da denti, 5 giorni per fare 800 km tutti su e giù sono difficili da immaginare, almeno per noi, vecchi cavalli da tiro imbolsiti dagli anni.
Quando, cinque giorni dopo, Simon ci invia la foto di lui a Piazza S. Pietro realizzo che noi, la nostra via Francigena non l’abbiamo ancora conclusa. L’ultima puntata, questa, è ancora da scrivere e un viaggio non è mai veramente terminato finché hai qualcosa da raccontare. Il magico incontro con Adelie, Sophie e Simon era quello che mancava ed ora, tre mesi dopo il lunedì dell’Angelo 2022, a meno di un mese dal nostro prossimo viaggio, posso scrivere la parola fine.
Scavo nei miei pochi neuroni rimasti, aiutato da poche righe buttate giù alla rinfusa la sera del nostro arrivo. Dalla nebbia fitta del passato emerge la nostra partenza da Monterosi, e noi che riprendiamo la traccia nei pressi delle cascate di Monte Gelato, che evitiamo accuratamente, evidentemente poco degne della nostra attenzione. In breve tempo siamo su sterrato, inizialmente in discesa, all’ombra ma infestato da tafani, che attaccano e pungono in velocità, come le micidiali zanzare in Serbia, durante la sterrata maledetta percorsa di notte per arrivare a Kovin.
Da una stradina laterale spunta Enrico che si unisce alla retroguardia, essendosi perso il compagno volato avanti, incurante di tutto e di tutti. Dopo una salita, breve ma che più salita non si può, arriviamo a Campagnano, per poi scendere e risalire a Formello, dove ritroviamo il figliolo poco prodigo e sostiamo. Dopo il giretto d’obbligo per il micro-centro antico del paese riprendiamo, sempre in ordine sparso. Ancora un po’ di salita, gli ultimi 500 m di sterrato e poi una lunghissima discesa con un caldo che sembra di essere in un forno ventilato.
La discesa ci consegna a un paesaggio definitivamente mutato. Le strade, il traffico, gli autobus e la sporcizia sparsa ovunque ci dicono che l’eterna è vicina e sentiamo i vapori mefitici del suo alito.
Poco fuori Roma incontriamo il set di produzione cinematografica della serie Leonardo. In un paesaggio finto-rinascimentale vediamo gli attori muoversi come zombie, avvolti in palandrane scure del ‘500 quando fuori ci saranno 40 gradi all’ombra.
Vedere il set, come anche visitare Cinecittà (fra due giorni), ci svela quel meraviglioso inganno capace di avvolgerti nel passato come nel futuro, di farti partecipe di storie di perfetti sconosciuti come fossero la tua.
Prendiamo ad esempio le scene di apertura del meraviglioso Habemus Papam di Nanni Moretti, dove tutti i cardinali sfilano cantando per richiudersi in conclave. Sei a pochi minuti dall’inizio e già l’emozione ti riempie da dentro, senti tutta la tensione dei cardinali come se fossi lì e quello fosse veramente il Vaticano. Poi scopri che la scalinata è quella di palazzo Barberini, i giardini vaticani sono a Viterbo e la Cappella Sistina è stata interamente ricostruita a Cinecittà, con dimensioni e proporzioni sfalsate per adattarsi ai grandangoli delle macchine da presa, così che la bolla di sapone svanisce e piuttosto che andare al cinema un’altra volta ti chiudi in osteria a ubriacarti con vinaccio di terza categoria, come Superciuk.
Ma al momento questi pensieri sono ancora di là da venire, tutti tesi come siamo a raggiungere il Tevere e terminare l’agonia da altoforno di queste tre settimane. Prima di arrivarci, nei pressi di Saxa Rubra, ci sono ancora un paio di “dentini” altimetrici, un molare con salita infida e falsopiano, e un canino spezzato che ci porta all’ultima discesa che ci scodella su una ciclabile rosa e nuova di zecca che fiancheggia il Tevere, quasi sempre nascosto alla vista da centri e strutture sportive.
Attraversiamo un incrocio e improvvisamente siamo in città. Il Ciccio, come previsto, si è dimenticato la bischerata ma non l’ultimo magnaccione (probabilmente l’ultimo in tutti i sensi), che cantiamo in diretta instagram a squarciagola, mentre costeggiamo il fiume.
Nei pressi di Castel S. Angelo dobbiamo emergere a livello strada, ma rampe ciclabili non ce ne sono, così che inforchiamo una scalinata a piedi portandoci tutto a spalle in più viaggi.
Voltiamo un angolo e il Cupolone ci appare in fondo a Via della Conciliazione. Ci fermiamo un attimo. Ci sarà sì e no un chilometro, dopo di che tutto sarà finito. Non lo voglio percorrere questo chilometro. Voglio tornare ai dolori della partenza, ai pedali della bicicletta di Meri, a Danilo il Caronte del Po, ai frati azzurri di Betania, allo sfinimento della Cisa, al caffè a Lucca, alle infinite sterrate in collina, alle micidiali salite di S. Quirico e Radicofani, ai capitomboli prima di Bolsena, ai basolati prima di Viterbo. Anche alla maledetta superstrada della Cassia tornerei piuttosto che fare quest’ultimo chilometro.
Che mi importa, in fondo, di essere arrivato in Piazza S. Pietro. Che mi interessa di ricevere la pergamena del pellegrino che dice di essere giunto Ad limina Petri. Devo essere sincero: niente. Ciò che mi importava è già avvenuto, ma per avvenire occorreva che arrivassi qui, a quest’ultimo chilometro, che non posso non percorrere. Quindi lo percorro, lentissimamente.
Arriviamo in Piazza S. Pietro, semideserta per il COVID. Appoggiamo le bici, e sotto l’obelisco, con la piazza che ci abbraccia, noi ci abbracciamo.
Clicca sul menu della mappa per scaricare la traccia GPX e per visualizzare l'altimetria