Westerland – Weringenwerf (45,4 km)
Un marziano che mangia il gelato
Oggi ho imparato come fare a trasformare un peschereccio fallimentare in un'impresa lucrosa. L'idea è semplice quanto geniale: i bambini.
Ieri al campeggio abbiamo preso un volantino che pubblicizzava un tour per vedere la vita marina dal vivo, con una bella foca a tutto campo e la promessa che in condizioni di bassa marea avremmo visto foche a mazzi a godersi il sole sdraiate sui banchi di sabbia a fare “ciao ciao”. Partenza al porto di Den Oever alle ore 11 e durata del tour di due ore e mezza circa.
Stamattina siamo al massimo dell'efficienza: sveglia nominale alle sette, effettiva mezz'ora dopo, e alle 9 siamo già in pista. Colazione in piazzetta con pane e formaggio e poi via.
Appena prima di arrivare a Den Oever vengo catturato da una serie di quadri astratti esposti in un prato insieme a delle sculture di legno. Una famigliola sta facendo colazione all'aperto mentre il papà, che è anche l'artista, suona una musichetta con l'armonica. Ci fermiamo e chiediamo lumi sulle opere: i quadri (macchie di colore realizzate sia con colori che con terra buttata sulla tela) vanno osservati con un occhio solo attraverso il pugno semichiuso in modo da inquadrarne solo una parte. Lì l'osservatore ci vede quello che vuole: un marziano che mangia il gelato, una tartaruga che beve il caffè, eccetera. In uno dei quadri io ci ho visto una macchia rossa che faceva compagnia ad una striscia verde e a uno sputazzo marrone. In un altro ci ho visto uno zig zag multicolore contornato da macchie colorate. Il Ciccio probabilmente ci ha visto lo svolgersi di un'intera saga familiare attraverso tre secoli di storia oppure, più probabilmente, una fila di macchine.
Le sculture di legno erano delle figure senza forma particolare ma tutte in fila e con un buco in mezzo. L'idea è che la mattina, al sorgere del sole, c'è un attimo in cui il sole è allineato con i buchi e uno ci può vedere cose dell'altro mondo. Nel nostro caso il sole è già sorto per cui non se ne fa nulla.
Ce ne andiamo e a me rimane, come sempre in questi casi, il dubbio che qualcosa mi sfugga del senso della vita. Arriviamo all'imbarco in perfetto orario, mentre la partenza avviene con quaranta minuti di ritardo. Ormai abbiamo verificato che qui la puntualità non è certo il loro forte. Appena partiamo ci spiegano il meccanismo: l'idea è che una volta al largo la barca getta le reti, le tira su e quel che viene recuperato viene disposto in vasche contenenti acqua di mare dove i bambini possono toccacciare i pesci malcapitati prima di gettare in acqua i pochi sopravvissuti. Tutto questo per due pescate
Il tutto ovviamente spiegato in olandese, perché da queste parti l'inglese non è certo una lingua che vada per la maggiore. La prima pesca è penosa. Ci saranno sì e no un centinaio di gamberetti di due centimetri l'uno e una decina di pescetti. Per salvare la faccia il comandante tira fuori un paio di pesciolini morti e li butta anche loro in vasca.
La cosa più bella sono i bambini, che sono totalmente attratti dalla possibilità di vedere da vicino quelle quattro bestioline moribonde che impazziscono e vanno avanti e indietro portando gamberetti e pesciolini dalla rete alle vasche.
La seconda pescata è più fortunata, e vengono tirate a bordo sogliole e granchi. A me tocca di fare il papà coraggioso e recuperare un granchione di due etti che vuole scappare fuori dalla mezza bottiglia di plastica che serve per trasportare il pesce nelle vasche. La gita finisce verso le due. Considerando che a bordo ci sono circa 50 persone e ciascuna paga da 10 a 12 euro, ecco che in due ore e mezza una pesca che sarebbe stata disastrosa si è trasformata in 500-600 euro di ricavo.
Ripartiamo, ma prima di dirigerci a sud proviamo l'ebrezza di pedalare sulla grande diga che separa il Mare del Nord dall'Ijsselmeer. È una diga di terra lunga 30 km e la cosa più spettacolare è il dislivello fra i due mari: a sinistra (Mare del Nord) il livello è almeno 3 metri più alto del livello dell'Ijsselmeer. Un sistema di chiuse all'inizio della diga consente alle barche di passare da una parte all'altra e di mantenere il livello del mare in sicurezza quando ci sono grandi piogge. In pratica quanto piove tanto e il mar del nord inizia a diventare troppo pericoloso, le chiuse si aprono sfruttando il bacino interno come valvola di sfogo. Insomma, un'opera ciclopica, davvero.
Pedalare lungo la diga non è divertente, perché la ciclabile corre in parte all'autostrada e c'è molto traffico. Dopo pochi chilometri torniamo indietro e ci dirigiamo a sud, attraverso una ciclabile che si snoda in un bosco, lontano dal traffico. Ciccio decide di intonare in coro I want to ride my bicycle dei Queen, e diamo il tempo con i campanelli, facendo un gran casino. La pedalata prosegue tranquilla, e Meri è un po' preoccupata che ormai fare 25 chilometri al giorno è uno scherzo; insomma, sembra di buttare via un po' il tempo. Tutto è risolto quando arriviamo sul luogo del camping e attorno non vediamo né tende, né camper, ma solo il mare, la campagna e i culi di quattro giovinastri che si divertono a fare gli scemi sulla spiaggia.
Il punto GPS è giusto, san Google Maps conferma, ma il camping non c'è. Consultiamo l'oracolo di Delfi che ci informa che a Wieringerwerf, a pochi chilometri c'è un campeggio. Va bè, 10 km in più ormai non ci spaventano. Arriviamo sul luogo, ma anche qui niente campeggio. Pare che qualcuno si stia divertendo alle nostre spalle. Chiediamo ad un Hotel che ci informa che nel paese non c'è campeggio, ma che il più vicino è a 10 km a nord, esattamente da dove siamo venuti. Volevamo fare più chilometri? Eccoci accontentati. Decidiamo di mangiare prima di muoverci e stasera pizza da Enzo, che in realtà è egiziano. Io prendo una pizza Napoletana marinara, che ha su i broccoli e il ragù: forse non si sono neppure preoccupati di capire la traduzione dei nomi delle pizze che hanno sul menu....
Infine al campeggio ci arriviamo, un campeggio completamente nascosto, che per un attimo ho temuto un altro buco nell'acqua. Ma stavolta tutto bene.
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