Brig – Domodossola (65.23 km)
Eterno secondo
A riguardarli indietro, quegli anni, sembra di vederli in bianco e nero, anche se c’erano già la TV a colori e lo stereo HiFi. Eppure noi ci eravamo dentro, e li vivevamo senza avere la minima idea che 40 anni dopo li avremmo ricordati come un mito, come anni frementi di tensione vitale verso il cambiamento, verso un futuro che avrebbe realizzato la rivoluzione che in qualche modo ci sentivamo attorno.
A dire il vero, alla fine degli anni ’70 già si parlava di riflusso, Gaber cantava e raccontava il fallimento di quel fiorire di idee, sogni e utopie che definiva il “Movimento” (pensa un po’…) ma noi, che ci affacciavamo alla maggiore età, non ci rendevamo conto di nulla. Quando tutto era accaduto, 5-10 anni prima, eravamo troppo piccoli, ma avevamo assorbito quel mondo per osmosi e ci sentivamo come se dovessimo portare avanti una rivoluzione che, in realtà, era stata un aborto.
Eppure in quegli anni le cose le vedevamo ancora cambiare attorno. Non dico nella politica, di cui non capivamo nulla allora come oggi, ma nelle cose nostre. Per esempio nell’andare in montagna. Quelli erano gli anni in cui moriva il mito dell’alpinista eroe, in scarponi e piccozza, di cui Walter Bonatti era stato l’ultimo, impareggiabile poeta, e nasceva l’anti-mito del free-climber, in scarpette o piedi nudi, fascia colorata al posto del caschetto, corde e chiodi quanto basta per giocare con le pareti anche in riva al mare, senza velleità di conquista. E Alessandro Gogna e il suo libro “Cento Nuovi Mattini” ne erano il profeta e il vangelo.
Il “sassismo” era uno dei modi in cui si esprimeva quella piccola rivoluzione. Prendevi un masso a bordo strada, possibilmente in mezzo a un prato comodo e soleggiato, e passavi la giornata a scalarlo. Non so se la “fessura Kosterlitz”, a Ceresole Reale in Valle dell’Orco, sia stato il primo “sasso”, ma certamente ancora oggi è un mito. Una fessura verticale di settimo grado lunga 8 metri su un masso a bordo strada, scalata per la prima volta nel 1976 da Mike Kosterlitz, un fisico scozzese che esattamente 40 anni dopo vincerà il Premio Nobel. Rimase inviolata per altri due anni fino alla ripetizione di Roberto Bonelli, un alpinista rivoluzionario morto pochi anni fa su una via di roccia al limite del banale.
Al confine fra i ’70 e gli ’80 non erano molti ad aver avuto la meglio sulla Kosterlitz, ma il Giampa era uno di questi. Il Giampa era avanti su tutto. Al campo scout i suoi tavoli venivano su dritti, mentre i miei pendevano tutti da una parte, accendeva il fuoco con lo schiocco delle dita, mentre i miei si spegnevano pure buttandoci sopra benzina. Arrampicava con la leggerezza del camoscio e il sorriso negli occhi, mentre io, dietro, venivo tirato su col paranco. “Tira Giampa, tiraaaaaaa” gridavo, praticamente appeso su passaggi che mi sembravano un insulto alle leggi di Newton. Faceva ore e ore in grotta fresco come una rosa, andando su e giù per pozzi, meandri e strettoie mentre io arrancavo in uno stato pietoso, sbracato, al limite dello sfinimento. Se gli girava, si faceva in bicicletta Novara-Alagna e ritorno in giornata, 180 km, così, come se andasse a prendere il giornale, mentre l’unica volta che mi ha incastrato in un giro ciclistico in Danimarca sono sopravvissuto solo perché esistevano delle cose che si chiamano treni.
Con il Giampa potevo rifarmi solo con gli sci ai piedi, ma sono riuscito a portarlo a sciare solo una volta. Ma quella volta mi sono veramente divertito a vederlo ruzzolare sulle piste baby mentre io gli sventolavo attorno a fare lo scodinzolo, che con gli sci tutti storti di oggi non si può più fare.
“Ognuno ha il suo Giampa" mi ha detto oggi un mio carissimo amico filosofo mentre gli raccontavo questa storia. Ma se è così, chi sarà mai il Giampa del Giampa? Un Giampa al quadrato? Difficile anche solo immaginarlo.
Abbiamo fatto cose insieme finché abbiamo potuto, in grotta, in montagna, in vacanza. Lui sempre avanti, io sempre dietro, arrancando, ma sempre in sintonia. Poi si sa come vanno a finire le amicizie giovanili. Ci si sposa, si fanno figli, si va a lavorare uno di qua e l’altro di là e tutto viene diluito in un mare con orizzonti così lontani che non puoi fare altro che guardare appena al di là della prua.
Ogni tanto il Giampa si fa vivo. Un messaggio, una telefonata, ma riuscire a inchiodarlo a un fine settimana in montagna è come prendere una trota a mani nude. Anche stavolta ha fatto capolino, come se sapesse cosa stavamo facendo. “Fate il Sempione? Sono a Invorio da mia mamma, magari vi aspetto su”.
Il pensiero del Giampa che ci aspetta con lo spumante è come un verme attaccato all’amo, e noi abbocchiamo. Siamo fuori di casa alle sei del mattino, per salire col fresco. Spesa veloce, colazione consumata sul marciapiede di fronte alla stazione e alle 6:30 parte il pedale. Per non avere soprese decidiamo di stare sulla strada principale, la più trafficata ma anche la più graduale nella pendenza.
I chilometri passano, lentamente, lentissimamente, circa 5-6 ogni ora, non di più. Ma incredibilmente riusciamo a salire con continuità, senza paure. Ogni centinaio di metri ci conferma che ce la possiamo fare. Il caldo di ieri ha mollato e prendiamo anche una mezz’oretta di pioggia che, tutto sommato, non ci dispiace neppure.
A metà strada, dopo una galleria, li vediamo entrambi: il Monte Leone, che nasconde con la sua mole quel gioiello alpino che è l’Alpe Veglia, e il Simplonpass, ancora lontanissimo ma per nulla fuori portata. Una pedalata qua, una sosta là, si arriva agli ultimi chilometri, che sono una litania di gallerie dove il rumore dei mezzi gommati si amplifica e ci stordisce, portandoci al limite della sopportazione.
Dopo quasi cinque ore di marce basse ci sembra incredibile il dover passare ai rapporti più duri. Eppure è così. Siamo nell’ultima galleria, e sono le gambe ad accorgersi per prime che la salita è finita. Usciti all’aperto è il turno degli occhi e poi della voce di Meri che urla (sì, urla) dalla contentezza.
Ci fermiamo. Smontiamo. Ci abbracciamo. Poi selfie. Poi whatsapp a tout le monde. Poi… “ma il Giampa dov’è?”. Mi guardo in giro. Niente. Torno sulla strada. Niente. Guardo sotto qualche sasso. Niente. “Giampa, noi siamo qui, tu dove sei?”. Il messaggio si smaterializza nell’etere di internet per prendere forma da qualche parte del mondo.
“Sono a Reggio, oggi è lunedì e lavoro”.
Ecco, lo sapevo. E’ sempre avanti e io sempre in ritardo.