16 luglio: Siena – S. Quirico d’Orcia

Siena – S. Quirico d’Orcia (58,9 km)



Quante storie

Dopo i due giorni di stop siamo frementi e frizzanti come lattine di coca appena stappate. Il muscolo è teso e la fronte aggrottata a scrutare l’orizzonte delle tre tappe chiave del giro: il passaggio a nord-ovest delle colline senesi per scollinare nel Lazio e planare a Viterbo da cui, stavolta me lo sento, saranno solo discese.

Rolliamo prima su asfalto, poi su sterrato, su e giù per la campagna senese, che da queste parti è molle e sorniona e si lascia pettinare contropelo dalle nostre bici senza dare troppi scrolloni. In prossimità di Grangia della Cuna, una cascina fortificata che potrebbe essere un Monteriggioni in miniatura, incontriamo un gruppo di pellegrini veneti con i quali scambiamo qualche parola. Fra un “pota” e un “ciò” la chiacchiera ci distoglie dal bivio per la Grangia, e la pigrizia è tale che ci convinciamo che la visita non valga i 300 metri che dobbiamo fare alla rovescia, per cui si va avanti, a testa bassa, come se non ci fosse un domani.

Prima di Ponte d’Arbia la campagna si stufa di essere pettinata e s’inarca imbizzarrita a formare un poggio che conquistiamo come fosse Cima 11. In cima la vista sarebbe mozzafiato se il fiato non l’avesse già mozzato la maledetta salita sulla quale, a maggior onta, siamo stati sorpassati da un gruppetto di atletici quarantenni in e-bike che mentre fanno finta di pedalare se la contano su come all’aperitivo delle 11. A Ponte d’Arbia riuniamo l’equipaggio e puntiamo le bussole verso Buonconvento, l’ennesimo borgo medievale dal nome che è un auspicio per le ore di caldana da sbollire prima di attaccare il pomeriggio di collina dura e pura.

Saranno le 4 del pomeriggio quando attacchiamo la litania di su e giù, rigorosamente su sterrati, che ci deve condurre agli ultimi 8 km di salita per poi scodellerci a S. Quirico d’Orcia, tanto per cambiare arroccato su uno degli infiniti cocuzzoli che ci circondano a 360 gradi.

Per anestetizzare la fatica cerco di pensare alla storia di questa tappa, ma la mente è vuota. Allora mi viene in mente che il Ciccio mi ha fatto promettere che durante l’ultima tappa gli racconterò una bischerata, cioè una delle infinite cazzate che ho fatto da giovane e i cui racconti hanno fornito il carburante per farlo camminare in montagna o pedalare per l’Europa prima che diventasse quel concentrato di muscoli e nervi tesi che si ritrova ad essere.

Incautamente gli ho detto sì, solo che il mio ampio giacimento di cazzate, per quanto ben dosato, negli anni si è prosciugato e, per quanto ci abbia sempre ricamato sopra, a inventarne una di sana pianta proprio non me la sento. Così arrotolo la videocassetta del mio mezzo secolo e passa di vita e incomincio a farla scorrere come una moviola, per scovare qualche fotogramma interessante magari dimenticato.

… due anni. Sì, potrei raccontargli di quando mi infilai un cece nel naso e mia zia Anita, buonanima, me lo cavò fuori facendomi una specie di tampone con un ferro da calza o un uncinetto da ricamo, non ricordo. Però no, non funzionerebbe. A raccontarla così ci metto tre minuti e non sarei credibile se mi inventassi tremila particolari per diluire il brodo visto che dei miei due anni cosa vuoi che mi ricordi.

Intanto a destra, in lontananza, sfila il borgo di Montalcino mentre noi pedaliamo in cresta fra i vigneti di Brunello.

… sei-sette anni. Io sono con mio padre a caccia sulle colline di Fara. Sento un fremere d’ali, sarà un fagiano. Preso dall’eccitazione faccio per aiutare papà togliendo la sicura al fucile a tracolla, facendo così partire il colpo che manca il fagiano, lascia mio padre illeso ma si porta via almeno 10 anni della sua vita. Potrebbe andare, anche se mi sa che gliel’ho già raccontata.

La cresta ha lasciato il posto alla salita e il vigneto ai cipressi, che ornano le cime in lontananza come tante zazzere di cantanti punk trapiantate in collina. Se non sentissi la fatica ad ogni giro di pedali giurerei di essere in un quadro.

… circa nove anni. E’ estate e sono a casa, un po’ annoiato. Esco sul balcone, vedo una coccinella sul muro che cammina per i fatti suoi e mi viene l’ispirazione di acchiapparla. Entro in casa, prendo una scatola di plastica dei formaggini Galbani e torno fuori. La coccinella ha superato il bordo del balcone e io non ci arrivo. Poco male, penso. Prendo una sedia della cucina, la trascino in fondo al balcone, ci salgo sopra e mi sporgo fuori con la scatoletta. “Dai, entra”, dico alla coccinella. La sedia trema, l’equilibrio vacilla e un attimo prima dell’inevitabile tuffo dal terzo piano mio padre mi prende per la vita, salvandomela. Passava di lì per caso, mi aveva visto dalla strada e senza neanche chiamarmi era salito facendo i gradini quattro alla volta e pregando quei quattro santi di cui ricordava il nome di trovarmi ancora lì. Mi aveva preso, ma sulle scale aveva lasciato un’altra decina di anni di vita. Sicuramente già raccontata, ma con un po’ di particolari inventati potrebbe essere riciclata, per cui la metto da parte.

… dieci anni. Mi arrampico in montagna su un bosco dal fondo scivoloso. Il piede trema e io rotolo come un covone verso la strada, trafficatissima. Mentre mio padre tende le mani per cercare di afferrarmi al volo un albero mi ferma, una gamba di qua e una di là, strizzandomi gli zebedei ma salvandomi le cuoia. Alé, altri cinque anni andati. E poi a 13 anni, di ritorno da una sciata a Cervinia con un braccio ingessato, passo a trovare mio padre, in ospedale per un infarto avuto qualche giorno prima. “Ciao pa’, guarda…” lo saluto alzando il braccio sinistro. Sei mesi scivolano giù dal letto, ma io non me ne accorgo.

Non so, non mi convincono, poca trippa per cavare fuori un buon racconto. Infatti non mi pare di averle mai raccontate e ci sarà pure una ragione.

Intanto la salita molla vicino a un casolare in mattoni trasformato in agriturismo, ben fornito di Brunello stipato in una cantina pronta per la degustazione. Purtroppo la strada è ancora lunga e non è il caso. Incontriamo un gruppo di pellegrini in bici proprio prima di scendere su un ripido sterrato che lascia definitivamente Montalcino alle nostre spalle, mentre la moviola si ferma sui miei 16 anni.

È l’inizio del filone d’oro che però, proprio perché ricco, è stato ampiamente sfruttato. Sarà dura trovare qualcosa.

… 16 anni. Con il mio Cagiva 125 nuovo fiammante mi lancio a tutto gas contro un autobus di città che, davanti a me, sta girando a destra. Ci finisco letteralmente sotto, che devono venire i pompieri per tirarmi fuori. Sono illeso, ma terrorizzato dalla reazione di mio padre, che aveva giurato di bruciarmi la moto alla prima che avessi combinato. Credo che sia stata la sua unica promessa mancata, perché qualche mese dopo trovai la moto in garage come nuova. Ma non mi accorsi che i capelli di mio padre erano diventati nettamente più grigi. Pochi mesi più tardi mi portarono giù da un ghiacciaio in elicottero con una gamba frantumata. Tre mesi di gesso e tre mesi in meno nel portafogli di papà.

… 19 anni. Sull’autostrada, una domenica mattina presto, una Volvo esce di strada e incorna l’unica auto ferma sulla corsia di emergenza, la mia. Mi sveglio sull’asfalto in un bagno di sangue e non so neppure come mi chiamo. Riprendo pienamente contatto con la realtà all’ospedale di Saronno, illeso ma con il viso di un pugile dopo un knock-out. Quando mia madre mi vide a momenti svenne, mentre mio padre non se la sentì neppure di venire in ospedale, forse per cercare di arginare, per quanto possibile, la falla degli anni futuri che se ne andavano come da un colapasta.

E così, via, di incidente in cazzata mi passano davanti agli occhi tutte le mie bischerate: il rotolone sul pendio del monte Palanzone, la tormenta sul Loch Ness in canoa, la risalita del Solenzara dove io e Meri ci siamo miseramente persi, la sveglia data dai carabinieri a mitra spianato dopo una notte di campeggio all’addiaccio in Barbagia, l’auto sulla strada ghiacciata in montagna fermata, con una manciata di foglie secche sotto le ruote, da una rovinosa caduta nel fiume.

Una bischerata via l’altra arriviamo a Torrentieri, dove attacchiamo gli ultimi 6 km di salita fino a S. Quirico sulla provinciale. Dopo tanto sterrato ci pare di volare.

Quando giungiamo all’ostello comunale, dove abbiamo prenotato, veniamo accolti da una rigida procedura anti-covid. Mascherina, disinfettante, plexiglass per parlare con l’impiegata, sacchi sterili in cui buttare tutte le nostre borse, calzari usa e getta. Quando entro nella stanza rimango pietrificato: non è una camera per 4, ma un dormitorio per 12, dove dovremo dormire in 10. Alla faccia di tutto il casino che ci hanno fatto fare da basso al check-in.

In un attimo vedo il resto della vacanza e, soprattutto il nostro arrivo a Novara fra due settimane. Febbre a 38, tosse, mal di gola, tamponi positivi, terapia intensiva, mesi di riabilitazione, pensione di invalidità per tutti. È solo un attimo e intimo l’ordine di ritirata. Al check-in se ne sono andati tutti e ce ne andiamo anche noi, prenotiamo un B&B all’ultimo momento e salviamo la pelle in corner.

Poco prima di addormentarmi mi rendo conto che non ho ancora scelto la bischerata. Va bè, me la inventerò. O, più probabilmente, il Ciccio se ne andrà avanti, come sempre, e si dimenticherà.



powered by Advanced iFrame

Clicca sul menu della mappa per scaricare la traccia GPX e per visualizzare l'altimetria