Proceno – Viterbo (60,80 km)
Il sudore del ciclista
Oggi sono di umore nero e la mattina inizia subito in diagonale. Ci svegliamo col gallo per partire, ancora una volta, alle 10. La nostra efficienza a buttare via il tempo è insuperabile. Neanche a star fermi facendo nulla potremmo essere così bravi.
Da Proceno la strada si butta subito in discesa per poi deviare in una pseudo-comunale verticale come un manico di scopa che ci deve fare riguadagnare quota fino ad Acquapendente. Mentre il mio corpo strizza sudore come da uno strofinaccio penso all’estrema coerenza del nome Acquapendente per un paese inchiavardato in un posto dove la direzione orizzontale è un miraggio pure per le sostanze liquide.
Al paesino dell’acqua che pende raggiungiamo i giovinastri, che nel frattempo hanno scovato una specie di bazar che vende di tutto, dagli ombrelloni alle batterie per i camion. Nel marasma di oggetti ammassati alla rinfusa una sorta di Sora Cesira cava fuori camere d’aria, pezzette e mastice per tutti, così che ripartiamo con l’animo in pace sapendo che potremo forare un intero esercito di copertoni senza tema di rimanere in mezzo a una strada come disperati.
Da Acquapendente ripartiamo che non va neanche troppo male. Qualche tratto di provinciale in falsopiano, qualche innocua sterratina e un po’ di regionale con poco traffico ci accompagnano in serenità fino a San Lorenzo Nuovo dove, dopo una leggera salita, il lago di Bolsena sboccia come un fiore inaspettato che luccica alla luce del mezzodì. Ormai ci sentiamo a casa, dovrebbe essere tutta discesa fino a Bolsena, con qualche piccola variazione sul profilo altimetrico.
Appena iniziata la discesa, però, la nostra traccia devia su una sterrata che si mostra subito per quel che è: stronza e bastarda dentro. Un nastro dal fondo instabile, trapuntato da strappi micidiali e discese complicate che affrontiamo in modo penoso. A maggior sfregio veniamo superati da un gruppo di superman travestiti da ciclisti che ci supera in scioltezza mentre noi arranchiamo come due foche. E non hanno neppure le bici elettriche, i maledetti.
Ogni tanto qualche tratto ci dona una magia paesaggistica che ci fa tirare il fiato: uno scorcio di lago che occhieggia dal basso, una radura pianeggiante di erba verde e oro incastonata nei boschi. Ma sono incantesimi che durano poco e ci ritroviamo tosto nella nostra penosa andana. Come se lo strazio fisico non bastasse mi cade la catena, si incarta la bici, mi incazzo come un bufalo. All’ennesimo stop mi impunto a ripartire in salita, la bici si imbizzarrisce come un cavallo e io volo indietro col velocipede e tutta la sarabanda di borse dopo essere stato in equilibrio sulla ruota posteriore per 5 secondi fra il cado e il non cado.
Quando io e Meri arriviamo a Bolsena i ragazzi sono già lì da un pezzo (tanto per cambiare) e io sono talmente stressato che dopo pranzo mi addormento su una panchina mentre i giovani visitano castello, museo e mura.
Ritorniamo in piazza, dove abbiamo lasciato le bici, e troviamo il pacco regalo di questa giornata che pare infinita: il borsello di Enrico, che era legato alla canna, è sparito. Forse evaporato a causa della temperatura da valle della morte, oppure, più probabilmente, soffiato da qualcuno. Fortunatamente le cose di valore (soldi, telefono, documenti) Enrico le aveva tolte, per cui io suggerisco di intonare il chi ha dato ha dato e ripartire, che è già tardino. Ma Enrico non vuole digerire l’ingiustizia per cui indaga, chiede, sparge la voce, così che in dieci minuti arrivano in piazza due Carabinieri che sembrano appena usciti dal Pinocchio di Collodi o da una puntata di Don Matteo.
Mentre le forze dell’ordine prendono le nostre generalità e la denuncia del misfatto arriva uno scugnizzo di 8-9 anni che dice a Enrico di aver trovato per caso il suo borsello e di averlo custodito in attesa del proprietario. Partono entrambi per tornare col maltolto che, però, ha metà del contenuto. Mancano un adesivo del passo della Cisa, una batteria, un caricatore, un pacchetto di fazzoletti e una mascherina. I Carabinieri chiedono se tutto è a posto ma Enrico non molla l’osso e vuole quello che c’era, in particolare l’adesivo della Cisa.
Quando dal borsello come per magia sbuca un faro da bici mai visto prima il ragazzino si tradisce: “è mio, chissà come ci è finito lì dentro”. A quel punto i fatti sono chiari, ma i carabinieri agiscono secondo protocollo e iniziano un interrogatorio che ha del surreale. “E’ tuo il faro?” – “Sì”. “Come ha fatto a entrarci?” – “Non lo so, era da un po’ che lo cercavo”. “E’ a casa tuo padre?” – “Sì”. “Vallo a chiamare” – “Non posso, è al lavoro”. “Hai il numero di telefono?” – “Sì”. “Dammelo che lo chiamiamo” – “Non posso, non me lo ricordo”.
E così via, di incongruenza in invenzione. Prima il borsello era in mezzo alla strada, poi l’ha visto in mano a un altro ragazzo, poi c’era un individuo losco, con la barba, che è da giorni che si aggira nei paraggi, poi forse alcune cose sono state viste nei pressi del campo sportivo. I carabinieri, impassibili, annotano, domandano, e poi partono con il ragazzino alla volta del campo sportivo, dove trovano batteria, caricatori e adesivo. Quando tornano mancano ancora i fazzoletti e la mascherina. Enrico è ancora dubbioso ma alla fine cede. E’ fatta, si può andare.
La salita a Montefiascone io e Meri l’affrontiamo per la provinciale, che di sterrate oggi ne ho fatte abbastanza mentre i giovani, duri e puri, tengono botta e non tradiscono la traccia ufficiale. Arrivati alla patria dell’Est! Est! Est! non abbiamo neanche il tempo per una sosta all’osteria per degustare il famoso vino bianco perché la sera avanza e Viterbo è lontana. Scendiamo sui basolati dell’antica Cassia, su una strada veramente millenaria. La sensazione di andare su qualcosa di antico, percorso da genti che neanche riusciamo a immaginare compensa la scomodità di dover scendere a passo d’uomo su una strada ripida e pesantemente sconnessa, che mette a dura prova le nostre bici.
Entriamo in città al tramonto, i ragazzi ovviamente ad attenderci fuori dal convento francescano dove condividiamo un cella di tre metri quadri che di francescano ha le sembianze ma non il prezzo: 80 euro, praticamente il prezzo dell'intero appartamento di Siena.
Mentre la palpebra stanca chiude i battenti, nel centro di Bolsena un'ombra barbuta si allunga per i vicoli. È il losco figuro, ha estratto la mascherina di Enrico e con una banda di mocciosi si appresta seminare il terrore per il borgo.
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