Marina di Massa – Lucca (58,4 km)
Un caffè a Lucca
Il lungomare fino a Marina di Pietrasanta è una manciata di chilometri ma per me è anche troppo. I filari di ombrelloni che da lì a poco trasuderanno bagnanti mi dà il prurito alle caviglie che spingono per arrivare al punto della virata ad angolo retto verso l’interno. Marina di Pietrasanta, appunto.
Come do le spalle al mare gli occhi vedono le Alpi Apuane e immediatamente si srotola il papiro dei miei anni ruggenti, gli anni da speleologo. Sono stati anni folli, impossibili da ripetere, in cui ci cacciavamo per ore, giorni, dentro buchi profondi e per lo più fangosi in cerca di chissà cosa, uscendone spesso oltre al limite dello sfinimento. Le Alpi Apuane, con le loro splendide grotte nel marmo, sono state spesso teatro di queste imprese insensate, ma proprio per questo belle e memorabili. Si partiva da Novara nel tardo pomeriggio del sabato, per uscire dall’autostrada a Pietrasanta e approdare a sera dalla “mamma” a Levigliani, alle pendici del Monte Corchia, che per svariati anni ha custodito nel ventre le grotte più profonde e difficili d’Italia: il complesso Figherà-Corchia.
Dalla mamma, l’ostessa degli speleologi, innanzitutto si mangiava come bisonti, e poi si andava a fare un pisolino vestiti, buttati sulle solite brandine con le lenzuola della volta prima, con l’ansia delle ore di fatiche senza fine che avremmo sgranato da lì a poco. Entravamo in grotta a mezzanotte per uscirne 18-20 ore dopo sporchi, sfatti, infangati come orchi e, soprattutto, con il ritorno in auto da fare, che in quelle condizioni era molto più pericoloso della grotta stessa. Una volta mi sono svegliato di soprassalto da un sogno e mi sono ritrovato al volante sulla corsia di sorpasso, prendendomi uno spavento che mi ha tenuto sveglio fino a Novara. Da allora mi fermo a bordo strada a dormire appena ho il pensiero dell’idea della lontana sensazione della possibilità remota del sonno.
Senza ombra di dubbio le scemate più grosse le ho combinate da speleologo con gli speleologi. Come quella volta che, dopo un mese di piogge ininterrotte, abbiamo pensato bene di andare al Buco del Castello, in Val Brembana, attraversando un torrente incazzato come un bufalo appesi come panni a corde che avevamo teso fra gli alberi sulle sponde opposte. Entrati in grotta abbiamo constatato l’impossibilità di proseguire e siamo tornati a casa sotto le cateratte del cielo, mentre la Valtellina, poche decine di chilometri più a est, veniva giù come un castello di carte.
Non paghi della disfatta abbiamo ritentato l’esperimento al Corchia. Siamo partiti dalla mamma di Levigliani a mezzanotte con l’ira di Dio attorno, fulmini, tuoni, pioggia a secchiate che sembrava il giorno del giudizio. Incuranti di tutto e di tutti siamo entrati in grotta per approdare, dopo mezz’ora, al ramo attivo che sembrava una condotta forzata dell’ENEL. Non ci siamo neppure guardati in faccia. Alle tre di notte eravamo di nuovo dalla mamma grondanti come fontane. La mattina, per non dichiarare fallimento completo, siamo andati a Lucca a bere un caffè, prima di sgranare il rosario dei 400 km che unisce Lucca a Novara.
E’ l’odore fetido del carburo che usavamo per le lampade ad acetilene che mi solletica il naso e la memoria, mentre da Pietrasanta incominciamo a ballare sulle colline per arrivare, come allora, a Lucca. Mentre pedalo mi penso questa storia e inizio ad arrancare su queste colline bastarde, che ti azzoppano ogni due per tre con strappi al 13-14%. Dopo Pietrasanta scendiamo a Camaiore, per risalire a Montemagno, sulla provinciale. Arriviamo che il caldo è terrificante, ma per fortuna c’è una fontana. Meri è così fusa che non si accorge di perdere gli occhiali che cadono e si frantumano.
Da Montemagno (dove ci fotografiamo sotto la statua di Gaber, che è passato a miglior vita proprio qui) scendiamo a Lucca, e nella discesa finale mi si incasina il deragliatore davanti, che si posiziona diagonale rispetto alla catena facendo un rumore di ferraglia e catenacci. Non capisco il problema e decido di continuare, visto che in qualche modo la catena gira.
A Lucca giochiamo un tiro mancino ai due giovinastri: “che ne dite di una bella serata tutta per voi in camping mentre noi vi lasciamo in pace e andiamo da qualche altra parte?” Il camping “Il Serchio” è un luogo fetido e zanzaroso ma ormai il gioco è fatto. Franci ed Enrico piantano la tenda mentre le zanzare festeggiano a sorsi di plasma mentre noi ce ne andiamo mogi mogi verso un appartamento mansardato nel pieno centro di Lucca.
Poco prima di andarcene Enrico scivola sulla bici, cade, spacca la manopola del cambio davanti e si perfora un polpaccio, che Meri si affretta a curare amorevolmente prima che i due mangino la foglia e fiutino la fregatura.
A sera faccio il conto dei feriti: un paio di occhiali da vista, il mio deragliatore, un polpaccio e la manopola del cambio anteriore di Enrico.
Sento aria di maledizione incombente.
Clicca sul menu della mappa per scaricare la traccia GPX e per visualizzare l'altimetria