27 luglio – Arrivo a Lione

Arrivo a Lyon



C’est plus facil

L’orobilogio mi prende così, all’improvviso, tanto che non ricordo più quando David l’ha detto. Forse quando ha aperto la bottiglia di vino che abbiamo portato per ringraziare dell’ospitalità, oppure quando ha buttato le cipolle a soffriggere per il sugo alle lenticchie con cui abbiamo condito la pasta. O forse quando ha sistemato la mia bicicletta in un modo diverso da come l’avevo appoggiata io.

Non ricordo.

Ma ricordo di aver subito pensato alla pubblicità del “Sanbittèr” di trent’anni fa. Pochi secondi di flash-back e lo stupore di scoprire che “C’est plus facil” è una frase come tante in francese e non necessariamente uno slogan.

David è la nostra prima doccia calda, il nostro primo “Warmshower” di questo giro che pare volercene regalare molti, a differenza dei nostri giri passati. Ci accoglie così, senza battere ciglio. Pure Natale, che ci ha accompagnato per poter riportare a casa la Serenella ed evitare la multa come a Salisburgo e che non era previsto. Ha trent’anni ma a me pare che ne abbia venti. Vive in un appartamento che è una specie di comune, con materassi appoggiati a terra a mo’ di letti, bici sparse un po’ dappertutto, casino da anni ruggenti in tutte le stanze. I coinquilini non ci sono, quindi ci installassimo pure dove ci pare.

La sera passa fra pasta, lenticchie, vino e francese a profusione. Natale, che ha fatto il professore di francese, e Meri, che lo sa da autodidatta, ci sguazzano come trote nel torrente mentre io mi sento asmatico. Qualcosa mi pare pure di capire. Dove non capisco interpolo, estrapolo, adatto, praticamente invento e me ne faccio una ragione. Ma a parlare è un vero casino. La lingua si annoda, l’epiglottide si ritira, il cervello si obnubila e gli occhi si fanno piccoli come quelli di Zio Paperone quando i Bassotti gli fottono i dollari.

Quindi, per lo più taccio, mentre fuori il tempo è da lupi.

Domani partiamo per un giro piccino a contare i chilometri ma immenso a pensare all’ultima tappa, con 1400 metri di dislivello per agganciare il passo del Sempione, che è lì che ci aspetta per sfiancarci da qualche milione di anni. E’ un giro che abbiamo rubato a Simone, un ciclista di Anzio a cui abbiamo fatto noi da doccia calda a giugno. Finita l’università si è fatto un sabbatico a lavorare fra Regno Unito e Olanda e quando è stato maturo per tornare a casa, ha comprato una vecchia bici ed è partito da Amsterdam a due ruote.

Il tratto da Lione a Domodossola, lungo il Rodano, è stato fra i più belli e noi abbiamo colto la palla al balzo. Neanche 24 ore e la strada era già lì tutta bella srotolata sulla cartina.

Quest’anno niente Ciccio, che è a durar fatica con gli scout. “Un po’ vi invidio” ci ha detto. E a noi manca, anche se dobbiamo abituarci ad andare in giro da soli, visto che fra poco saremo definitivamente troppo lenti per lui.

Sdraiato sul materasso della camera di Sophie, coinquilina di David ignara di condividere il suo giaciglio con un Novarese quasi anziano e molto spompato, sento gli starnuti del temporale annaffiare i vetri e il tetto mentre mi addormento, convinto contro ogni previsione meteo che domani sarà una splendida giornata.


Novara- Lione in macchina. Ci accompagna l'amico Natale, che poi riporterà la Serenella a casa, approfittando del viaggio per passare a trovare amici di lunga data, lungo il percorso.

Dormiamo da David, informatico, 30 anni, che condivide con due amici, oggi assenti, un appartamento in un palazzo storico lungo il Rodano: grandi stanze dai soffitti alti, listoni di legno antico ai pavimenti, arredo essenziale. Dimora di ragazzi, semplice, accogliente, bio.

Grande planisfero sopra il divano.

Pianoforte a parete. Tiro a segno a cerbottana in corridoio.

Un grande armadio a muro in sala da pranzo, con mensole cariche di vasi di vetro, che contengono spezie, tisane, legumi, semi vari e sacchetti di tela per il riso e la pasta.

Penso alla mia dispensa, dove confezioni di cartone, sacchetti e bottiglie di plastica non sono ancora stati banditi e provo un misto di vergogna e ammirazione verso questa giovane generazione, che ha l'entusiasmo delle semplici buone pratiche nel rispetto della casa comune, madre terra, non si preoccupa di rifare bagno e cucina se arrivano ospiti sconosciuti (il lavandino è un camposanto di stoviglie in attesa della stagione delle grandi piogge), e non si priva del dono che l'ospitalità donata riserva a chi la offre.

Cuciniamo per tutti pasta e lenticchie.

Si parla di viaggi. Di bicicletta. Di lingua.

Si dorme su un materasso raso terra, al suono della pioggia battente, che precipita, come in un imbuto, nello spazio chiuso tra le facciate interne dei palazzi. Mi addormento con il timore che, insieme alla curiosità, accompagna sempre l'inizio di un nuovo viaggio. La pigrizia e l'entusiasmo giocano la consueta sfida a braccio di ferro. La pigrizia prende quel che resta, indugiando nel pensiero della notte.

L'entusiasmo tace rannicchiato in un angolo di me, silenzioso e sornione, sapendo che i fatti gli riserveranno la meglio, che piova o ci sia il sole domattina.