5 luglio: Piacenza – Noceto (Medesano)

Piacenza – Noceto (Medesano, 62.64 km)



Tutta colpa del COVID

“Ma che avrà da dire ‘sto qui” penso del tizio in macchina che mi urla dietro qualcosa mentre controllo la strada per uscire da Piacenza. La gente è sempre pronta a lamentarsi di qualcosa. Vedi uno in bicicletta fermo a un incrocio e “tac” subito preso a capro espiatorio delle proprie frustrazioni. Me lo immagino già in macchina a sciorinare litanie contro i ciclisti, che la strada è tutta loro, che dovrebbero andare solo sulle ciclabili, che sono più pericolosi di un autotreno senza freni in discesa eccetera.

Io ci andrei anche su una ciclabile, ma da Piacenza a Cortemaggiore è tutto sulla statale, o provinciale, comunque trafficatissima. Passi il paesaggio monotono della pianura padana, che è sempre campi e covoni, ma anche il traffico sfrecciante è un po’ troppo per i miei nervi, già provati dal tizio intollerante di prima. Tutto sommato che ci voleva a fare una ciclabile? Poco, mi dico, invece niente. Giusto qualche trancio qua e là, che neanche inizia che è già finito e alla fine dei conti è peggio che non averla per nulla.

A Cortemaggiore ci ritroviamo con i ragazzi. L’ingresso del paese è chiuso per il mercato, che sarà pure all’aperto ma è un casino di gente tutta assembrata. Centinaia di persone che si urtano, si parlano, toccano qua e là, mascherine chi su, chi giù, chi a bavaglio, chi a orecchino chi a fascia per capelli. Col casino di contagi che c’è ancora in giro era proprio necessario fare il mercato di paese?

Giriamo al largo evitando un contagio certo e usciamo a ruote levate per immetterci finalmente nella campagna su strade a misura di velocipede. I ragazzi sempre via col vento e noi ad arrancare. Il fottuto ginocchio si fa sentire puntuale come un orologio svizzero ai 17.6 km, e anche il fondo stradale ci mette del suo. Una buca qua, l’asfalto sconnesso là e le solite inutili cunette messe in frazioni di quattro anime che mi fanno sobbalzare con le borse e tutto il resto come su un cammello imbizzarrito. Penso che i soldi per le inutili cunette avrebbero potuto spenderli per sistemare un po’ meglio la strada, ma invece niente.

Se non altro traffico non ce n’è e il paesaggio, anche se è sempre lo stesso (ma non finisce mai questa pianura), tutto sommato non è male. Ogni tanto, però, ci tocca tagliare l’autostrada su dei ponti che ammazzano il fiato. Al terzo taglio incomincio a credere che la traccia sia una presa per il culo. Possibile che i pellegrini non tirassero dritto fino a Fidenza e andassero a destra e sinistra come un serpentone ubriaco? Al quarto taglio giuro che non faccio più un ponte neanche morto e appena vedo la statale che tira dritta a Fidenza mi ci butto a capofitto.

A Fidenza fa un caldo della madonna che non è possibile. Il Duomo è chiuso. Il museo è chiuso. Il centro deserto. Va bè il covid, passi il caldo, ma un po’ di vita mica guasterebbe. E invece siamo qui, noi quattro in una specie di parchetto sgualcito come un cencio a mangiare i nostri panini tristi e bere acqua a temperatura corporea. Almeno non ci viene l’indigestione, penso.

Per noia e disperazione abbandono la truppa e cerco il posto dove dovrebbero dare la mitica “Credenziale del Pellegrino”, un libretto dove collezionare una bella serie di timbrini lungo il percorso che daranno il diritto, una volta arrivati a Roma (se mai arriveremo), di ottenere l’inutile Testimonium, ovvero la pergamena che attesterà ufficialmente, e in latino, il completamento di questa follia.

Ovviamente all’indirizzo specificato sulla guida l’ufficio informazioni non c’è. Perché si sa, in Italia le cose non le trovi mai dove dovrebbero essere, ma in un altro luogo. E anche il nostro ufficio non fa eccezione. Per fortuna il telefono è giusto per cui chiamo, trovo, e finalmente otteniamo i nostri quattro sgargianti (e inutili) libretti di cui andiamo tutti fieri come dei bambini.

Prima di partire realizziamo che non sappiamo ancora dove passeremo la notte. A Medesano, la tappa, non ci sono alberghi, non ci sono B&B, c’è un oratorio che non risponde al telefono. Lasciamo un messaggio in segreteria ma non ci filano neppure alla rovescia. “Pazienza, pianteremo la tenda da qualche parte”, penso neppure troppo contrariato. Anzi la cosa mi diverte, una botta di vita nella noia di questa giornata al calor bianco.

E invece mi ostino a leggere la guida e scopro che poco prima di Medesano c’è una comunità di frati che dà ospitalità. Proviamo a chiamare, sicuro che tanto anche loro non risponderanno, o che, per colpa del COVID, non possono ospitare. “Pace e bene”. Hanno risposto. “Certo possiamo ospitarvi”. Ecco possono ospitarci, avventurazza azzerata.

Ripartiamo lemmi lemmi sul primo assaggio di salita in vista della Cisa-killer di domani. Tutt’attorno colline verdi e ridenti. Ma che cazzo avranno da ridere, penso, mai visto uno sputare il fegato e il pancreas per la fatica? La cima della salita è sempre là, dietro la curva, salvo spostarsi di due-trecento metri ogni volta che arriviamo. E intanto le colline ridono.

Alla fine si rompono le palle anche loro di ridere e arriviamo davvero in cima. Una jogger in tuta ci saluta e si tuffa nella discesa dove ci tuffiamo anche noi, con il sollievo della discesa interrotto dal terrore delle buche che si materializzano come dal nulla.

Arriviamo in questa sorta di convento francescano, abitato da fratelli e sorelle che più che frati sembrano nuvole, nel loro saio azzurro carta da zucchero. “Fraternità di Betania” si chiama la congregazione. Punti distintivi l’accoglienza e la devozione per Maria che, si sa, era vestita sempre di azzurro.

Ci accolgono con calore e, un po’ per ricambiare, decido di partecipare alla preghiera serale che si tiene nell’ampio cortile. Al termine del rosario mi alzo, pronto ad andarmene, ma capisco di aver fatto male i conti. Il tutto è appena iniziato. Ogni venti, trenta minuti sembra che sia il canto finale, ma sono dei furbacchioni e c’è sempre qualcuno che ha qualcosa da dire e fa ricominciare tutto da capo. Lo scherzo più atroce me lo giocano quando dicono “andate in pace” e ricominciano a cantare.

La sera ci portano da mangiare con un vassoio sotto la statua di Padre Pio. “Di solito gli ospiti mangiano con noi, ma di questi tempi non possiamo. E anche domani, purtroppo, non potremo servirvi la colazione”.

Pazienza, che dire? Tutta colpa del covid.



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