17 luglio: S. Quirico d’Orcia – Proceno

S. Quirico d’Orcia – Proceno (58,65 km)



Effetto domino

22 ottobre 2013 in Liguria, a Carasco. Due vittime

18 novembre 2013. In Sardegna, sulla strada provinciale Oliena-Dorgali. Un morto e tre feriti.

7 luglio 2014 in Sicilia, sulla strada statale tra Ravanusa e Licata. Quattro feriti.

Natale 2014 ancora in Sicilia, sulla statale Palermo-Agrigento. Nessuna vittima, né feriti.

10 aprile 2015 sempre in Sicilia, sull’Autostrada Palermo-Catania. Nessuna vittima.

28 ottobre 2016 in Lombardia, sulla statale 36 che collega Milano all’alta Brianza. Un morto.

23 gennaio 2017 in Calabria sulla Fiumara Allaro. Nessuna vittima.

18 aprile 2017 in Piemonte sulla tangenziale di Fossano. Nessuna vittima.

9 marzo 2017 nelle Marche, sull’A14 fra Loreto e Ancona. Due morti e due feriti.

6 agosto 2018 in Emilia, sul raccordo di Casalecchio A1-A14. Un morto e 145 feriti.

14 agosto 2018, ore 11:30. Sull’autostrada A10, appena fuori Genova, viene giù il Ponte Morandi. 43 morti e 16 feriti.

E poi ancora il 24 novembre 2019 frana un viadotto sulla Torino-Savona, l'8 aprile 2020 crolla in tutta la sua lunghezza il ponte sul fiume Magra...

È un rosario di misteri dolorosi ed eterni riposi che pare non finire mai, e in questa lista ne manca sicuramente almeno uno: il 28 novembre 2012 si sfalda il ponte sul fiume Orcia, nel bel mezzo della valle che separa San Quirico da Radicofani, la cittadella turrita che dovremo conquistare oggi come se fosse il Nanga Parbat.

Quella notte la pioggia veniva giù a tinozze, il torrente si era imbufalito e il Ponte di Pian di Maggio, che di piene ne aveva viste tante, decise che quella era l’ultima. Intonò il requiem e salutò tutti quanti per raggiungere il paradiso dei calcestruzzi.

A voler pensar male si potrebbe sospettare che in tutti questi ponti, costruiti o ristrutturati nel magico dopoguerra, ci sia stato del dolo, o dell’irresponsabilità, sia in chi li ha costruiti che in coloro che li avrebbero dovuti mantenere. Ma noi pensiamo positivo e siamo certi che ci sia stato un accordo segreto fra ponti e viadotti per venire giù in fila indiana, come le tesserine di un domino, con il nostro ponte sull’Orcia che ha dato il via come un direttore di orchestra.

Dopo otto anni la strada è ancora segata in due dal fiume, e del Ponte di Pian di Maggio si sono dimenticati tutti, anche gli abitanti della valle che hanno imparato a girare lungo per fare il ping-pong da una sponda all’altra del fiume.

Usciti da San Quirico abbracciamo con gli occhi la valle, sbirciamo le colline circostanti, dove passerebbe per sterrati micidiali la traccia ufficiale, e decidiamo come un sol uomo di andare per il fondovalle a portare il nostro saluto alla salma del ponte.

Mentre i chicos si teletrasportano sul ciglio del ponte, 10 km più in là, le nostre bici cigolano tutte allegre e contente di vedere tutto questo asfalto orizzontale o, al più, in discesa, che quasi se lo erano dimenticato.

Pochi chilometri prima del ponte io e Meri ci fermiamo a Spedaletto che, come suggerisce il nome, era un antico ospedale e punto sosta dei pellegrini, mentre oggi il castello e le abitazioni medievali sono stati farciti con un agriturismo da favola. Giriamo incantati per il micro-borgo immaginando che ci potrebbe essere anche un altro modo di fare le vacanze, fatto di ozio, gran dormite, colazioni in veranda e qualche gita rigorosamente in auto. Per evitare che il pensiero si trasformi in disperazione ripartiamo quasi subito in modo che l’acido lattico che ha ormai sostituito i muscoli anestetizzi e obnubili del tutto la nostra mente malata.

In questi giorni secchi come un legno l’Orcia è poco più della pisciatina di un neonato, per cui guadarlo non ci dà alcun problema, mentre le macerie del ponte ci guardano piene della tristezza del proprio essere inutili e dimenticate. Anche noi dedichiamo loro poco più di uno sguardo e mezzo pensiero, appena conditi da quella curiosità macabra del turista da sempre affascinato dai disastri e dalle devastazioni. Risalita la sponda siamo a Gallina, dove incrociamo di nuovo la traccia che ora prosegue per vie asfaltate per attaccare la parete nord di Radicofani.

Il primo tratto lo prendiamo un po’ alla larga, su una provinciale talmente dimenticata che anche noi sulle prime scordiamo di svoltare a sinistra. La salita si sente subito, ma pur di non calpestare di nuovo sassi e polvere ci va bene così. Peraltro la strada è piccola e deserta, e se non facesse così caldo, il salire sarebbe anche un piacere.

Scendiamo di nuovo e, agganciata la Provinciale 178 attacchiamo lo sperone finale della rocca: 10 km e quasi 400 m di dislivello che affrontiamo in silenzio, anche perché il fiato ci basta a malapena per respirare. Per strada incontriamo ancora i soliti pellegrini che ci stiamo portando dietro da San Miniato, riflettendo che, in media, stanno procedendo a piedi alla nostra stessa velocità. O noi alla loro.

A Radicofani il cielo si è scurito, e mentre divoriamo un super-panino con la porchetta controllo le previsioni di Google. Pioggia in arrivo alle 15, ora sono le 13, quindi “nema problema”, decreto fiducioso, mentre Meri mi fa notare i goccioloni da un etto che stanno cadendo come fossero sganciati da un bombardiere. Quando la piazza è allagata e io fradicio constato che le previsioni erano sbagliate e raggiungo la truppa che nel frattempo si è riparata in chiesa per far passare la buriana.

Quando salpiamo le ancore, alle 15:30, il cielo è ancora catarroso ma a sud ampi squarci di blu sono forieri di grandi promesse per il nostro avvenire di piccoli ciclisti. Lasciamo la visita alla rocca per la prossima vita e ci buttiamo a picchio in una discesa che è sempre troppo breve e non riesce a bilanciare il sudore versato in salita. Ritornati in valle la strada ci scodella di nuovo in una sterrata bastarda, dal fondo iper-sconnesso che ci fa ballare e scivolare in continuazione e, come se non bastasse, regala l’ennesima foratura al Ciccio e un attacco di dissenteria a tradimento al sottoscritto che, con la fronte imperlata di sudore, si butta nel primo fosso a mo’ di Fantozzi evitando per un pelo la catastrofe.

Gli ultimi chilometri prima di Proceno ci fanno dono di un tramonto che ci scalda come un camino d’inverno. Poco prima del paese, mentre ci apprestiamo a chiudere questa giornata nella casa del pellegrino, questa volta tutta per noi, una volpe appena uscita dalla tana attraversa la strada per iniziare il suo turno di notte, ignara di noi viandanti, dei ponti crollati, delle umane tribolazioni, dei cambiamenti climatici incombenti e del suo stesso destino di volpe.



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