1 marzo 2020 – S. Nazzaro Sesia lungo il Canale Cavour

San Nazzaro Sesia lungo il Canale Cavour



The day before

Il cielo l’hanno pittato a piombo. Talmente grigio e pesante che il mio caschetto non sarà sufficiente a proteggermi quando mi cascherà in testa. Gli alberi secchi secchi, la campagna marrone e dura, l’aria povera di uccelli. È un normale paesaggio tardo-invernale, ma oggi tinte e sensazioni sono cariche di altri significati, trasudano il giorno del giudizio universale ormai imminente.

L’umanità intera sta soccombendo sotto un nemico a forma di pallina da golf che e si intrufola fra i peli del naso per annidarsi in bronchi e bronchioli e fotterci dal di dentro. L’umanità soccombe e noi andiamo in bici, non dico come se niente fosse, ma quasi. Talmente quasi che non posso non pensare a questa giornata come qualcosa di unico, forse di ultimo.

Mentre pedalo lungo il canale Cavour ingoio un coronavirus da un etto che riesco a sputare appena in tempo, giusto un attimo prima che mi vada per traverso. Saluto come fosse un addio i rari passanti mentre fanno jogging o passeggiano il cane, e mi domando se ce la faranno ad arrivare a casa. Magari soccomberanno sull’uscio con il cane a guaire e lasciarsi morire di dolore insieme al padrone.

Chissà se anche i miei pensavano che il mondo sarebbe finito a giorni, quando negli anni settanta si viveva costantemente nell’incubo della guerra totale nucleare. Secondo me no. Mia madre la guerra l’aveva vista davvero, con i tedeschi, i bombardamenti e le mitragliate che sventagliavano i prati. Come quando attraversò di corsa un campo sotto il fuoco incrociato di tedeschi e americani che si sparavano dai due lati. Tanta morte vera, penso, deve aver annullato l’ansia di quella presunta, perché da quel che mi ricordo il mondo per lei era un’eterna primavera svolazzante e spensierata alla faccia della guerra fredda e degli anni di piombo. Fino al giorno che arrivò a casa la sera e mi sbatté con violenza contro il cancello dopo che le dissi qualcosa che non le avrei dovuto dire. Ma questa è un’altra storia che cerca ancora la sua strada per essere raccontata.

Io di morti veri ne ho visti quattro, tutti nella loro bara, all’obitorio, spenti dal regolare flusso della vita. Eppure ciascuno di loro mi ha turbato il sonno per giorni, un po’ come questa situazione che sta tingendo la realtà di viola scuro, mentre invece non è altro che un piccolo accidente a deviare impercettibilmente lo scorrere delle cose.

Oggi siamo in quattro. Oltre ai soliti noti si è aggiunto Enrico, coetaneo del Ciccio, che potrebbe essere il nostro prossimo compagno di avventure di una futura pedalata estiva. Per loro il giorno del giudizio deve ancora arrivare, e si farà vivo quando tutta questa buriana sarà passata e toccherà trascinare le stanche membra verso le tristi classi intrise di verifiche e interrogazioni. Per il momento è una pacchia, e se fosse per loro darebbero pane e coronavirus all’umanità intera per prolungare questo paradiso terrestre che non s’era mai visto prima. Neppure nel paese dei balocchi.

Arriviamo alla Sesia e prendiamo a sinistra per San Nazzaro, meta già passata e ripassata più volte nei nostri giri novaresi. Il sole stenta a farsi strada e fa freddino. Panino su panchina, cappuccino al bar, giro d’ordinanza all’abbazia ma tutto è vuoto di esseri umani. Giusto quando usciamo dal bar un tavolino si ravviva con quattro giocatori di briscola che vociano in dialetto con i nasi paonazzi, chi dal freddo, chi dal vino.

Prima di uscire dal paese staniamo dalla sua casa una vecchia conoscente, che a mala pena ricordavamo abitasse lì. Vent’anni fa era la baby sitter di nostra figlia e oggi lei di figli ne ha tre, spalmati fra adolescenza e gioventù rampante. Ci abbracciamo e ci baciamo, perché non si può mica soccombere così alle ansie di questo mondo post-moderno, però mi rendo conto di essere cauto, guardingo, sospettoso, fiuto la fregatura.

Il ritorno fra le campagne non sto a raccontarlo, tanto è uguale a tutti gli altri che abbiamo fatto in questi anni. Sterrate, risaie asciutte, casolari abbandonati, le solite cose insomma. Ma il senso di solitudine è particolare. Si taglia a fette tanto è denso e spesso. Mi dico che è tutta teoria, astrazione, è il cervello che si ostina a vedere sempre quello che vuole e mai la realtà per quella che è. Quante altre volte la stessa solitudine mi avrà appagato, carezzato il cuore e spazzato via lo stress da pendolare giornaliero? Tante, ma fa niente. Quello che conta è che quando rientro a Novara vedo il traffico come la Madonna, e l’aria densa di polveri sottili mi rallegra come la brezza in montagna.

Caos umano. Sento che ce la faremo anche stavolta.

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