1 agosto: Geneve – Lausanne

Geneve – Lausanne (71.35 km)



Tres drôle

I libri si possono dividere in tre categorie: quelli belli, quelli brutti e quelli che ti cambiano la vita.

Un libro bello vorrei che non finisse mai, e quando inevitabilmente si arriva al punto mi rimane un senso di vuoto che cerco inutilmente di riempire con un altro libro dello stesso autore, o sullo stesso argomento. E’ difficile abbandonare un bel libro perché a trovarne un altro ci vuole tempo.

Quando un libro è brutto la cosa migliore sarebbe lasciarlo a metà e gettarlo nel dimenticatoio. Io invece mi ostino a finirli, che non si sa mai. Hai visto mai che l’autore si riscatta proprio nell’ultima pagina dopo 47 capitoli per 1534 pagine passate a fracassare gli zebedei con una storia insulsa, o troppo complicata o con riflessioni psico-masturbatorie di cui non me ne frega nulla? Non è mai successo, ma potrebbe succedere, e così quando incontro un brutto libro vado avanti quasi con cattiveria, facendomi inevitabilmente del male.

L’ultimo libro brutto, anzi pessimo, e dannatamente lungo che ho letto fino alla fine è stato La scuola cattolica di Edoardo Albinati, che ha pure inspiegabilmente vinto il premio Strega. Mi consola che sul sito IBS.it la maggior parte delle recensioni concordi con il sottoscritto. Riporto la prima a titolo esemplificativo: Libro pesante. Non si capisce nulla, Non c’è una trama. Abbandonato a metà. Beato lui.

I libri dell’ultima categoria sono pochissimi. Io posso dire di contarne due o tre fra tutti quelli che ho letto, e il terzo in questo momento non me lo ricordo, quindi forse non c’è. Quando mi capita di leggerne uno lo chiudo che non sono più la stessa persona, il mondo è diverso e quando mi affaccio alla finestra vedo panorami completamente nuovi.

Uno di questi miracoli per me è certamente Homo sapiens di Yuval Noah Harari. La domanda attorno alla quale ruota il libro è questa: Come ha fatto l’homo sapiens, una creatura esattamente al centro della catena alimentare del mondo com’era 50-60mila anni fa, a scalarla e prendersi letteralmente tutto? Le risposte, o meglio le ipotesi, sono state una rivelazione. Impossibile vedere qualsiasi paesaggio urbano o anche naturale con gli stessi occhi, dopo.

Qualche mese fa lo stavo leggendo mentre atterravo a Buenos Aires, di notte. Guardando la fittissima rete di luci della città vedevo questo paesaggio per quel che realmente era: la realizzazione di un’impresa pazzesca di milioni di minuscoli esseri viventi perfettamente coordinati da un’idea, un’illusione, tanto impalpabile quanto capace di produrre effetti devastanti come la trasformazione di ampie porzioni della superficie di un pianeta in agglomerati di cemento dove questi stessi esseri conducono vite brucianti orientate non si sa dove.

Immagino di vedere quest’umanità dall’alto, ogni individuo dotato di una lucina colorata. Torno indietro alla primavera del 2016 e punto il mio binocolo fra Ungheria e Romania, dove scorgo, fra la moltitudine di colori, una lucina rossa e una verde che pazientemente si muovono una davanti all’altra, ad attraversare la pianura ungherese, entrare in Croazia, in Serbia, in Romania per poi deviare verso sud, Bulgaria, Grecia, Turchia. Passano pochi mesi e sulle stesse strade ungheresi passano tre lucine, una gialla, una blu e una rosa. Fanno la stessa strada fino in Romania, ma invece di deviare a sud continuano, lemme lemme, fino al Mar Nero.

Tre anni dopo il binocolo punta su Ginevra. Fra le centinaia di lucine che si addossano l’una sull’altra in uno dei tanti condomini dell’alveare ginevrino ritroviamo il rosa, il giallo, il rosso e il verde (il blu non c’è, chissà che fine avrà fatto) attorno a un tavolo. Scoprono di essere stati tutti e quattro sulle stesse strade, anni prima. Mangiano, raccontano, cantano e nella loro infinita immaginazione pensano che in tutto questo ci sia un segno, un destino, un perché, mentre milioni di altre lucine, ognuna di colore diverso, vibrano, corrono, vagano in modo caotico e incoerente, ciascuna inseguendo il proprio inutile sogno personale.

E’ così. Paul e Marie, che ci ospitano nel loro appartamento al quinto piano, hanno fatto un pezzo della nostra strada danubiana pochi mesi prima di noi in quel lontano 2016. Paul parla un ottimo italiano e stamattina ci ha accompagnato sulle colline fra Ginevra e Nyon, per evitare, almeno in parte, la noiosissima nazionale che costeggia, trafficatissima, il lago.

Uscendo dalla città Paul ci fa da guida, indicandoci i principali punti di interesse che nessuna guida turistica potrà mai riportare: questa è una scuola elementare, questo un supermercato, questo un incrocio, qui ci abitava un mio amico. Si pedala e si chiacchiera, parlando di viaggi, biciclette, della Svizzera, fino a quando, non si sa come, si tocca il tema Europa. Anni fa gli svizzeri hanno fatto un referendum per entrare nell’Unione ma è evidente a tutti come è andata a finire. Meglio così, dice, che questa Europa così non ha più senso.

Ahia, mi irrigidisco un po’, perché non sono d’accordo e questi discorsi mi mettono di cattivo umore. Ma dura poco, perché Paul ci lascia per tornare a casa mentre noi proseguiamo fra campi di girasoli e alberi da frutto fino a che non scendiamo sul lago, a Nyon, dove paghiamo 20 euro due tost, una coca e una birra piccola.

La seconda metà del percorso non ha storia. Tutto lungo strada principale dalla quale, peraltro, non si vede neppure il lago. A Losanna ci attende un ostello della gioventù che ci costa un Perù (98 euro) per un buco senza bagno e con le federe bucate.

La sera, dopo cena, la città è deserta. Strano, è festa nazionale e mi sarei aspettato chissà quale sarabanda. Ma è solo una questione geografica, perché l’intera città, scopriamo, è ammassata sulla riva del lago per la consueta gara di fuochi d’artificio che si consuma sulle sponde da Ginevra a Montreux. Ma la vera sorpresa di questo paese, che non smette di stupirci, ci viene regalata appena arriviamo, quando su un molo gremito di persone gli svizzeri si dilettano a sparare petardi e fuochi artigianali che ci fischiano nelle orecchie come granate, alla faccia di regole e sicurezza.

E mentre la giornata volge al termine il binocolo del Dio onnipotente punta questa piccola porzione di mondo dove le lucine degli esseri umani si confondono con quelle dei fuochi in un caos senza né capo né coda. Di fronte a questo spettacolo Dio ride, ride fino alle lacrime, mentre noi torniamo in camera che sta per arrivare il temporale.


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