Pavia – Piacenza (64.65 km)
Eterna partenza
Dell’inefficienza delle nostre partenze in bici ho già scritto talmente tante volte che non avrei pensato di tornare sul tema. Ma il vero artista si riconosce quando riesce a sorprendere facendo sempre le stesse cose, e in termini di inefficienza, non c’è che dire, siamo grandi artisti.
Oggi il colpo di genio sta nell’essere degli orologi svizzeri con i tempi, dei soldati teutonici con l’organizzazione ma profondamente italiani all’atto pratico. Sveglia alle sei, pronti alle otto e un’ora dopo non siamo neppure usciti da Pavia. Dopo un paio di curve riusciamo a perderci e, anche seguendo la stessa traccia, io, Meri ed Enrico corriamo come folli per raggiungere Francesco pensandolo davanti a noi mentre lui è praticamente ancora fuori casa che ci aspetta.
Guarda il punto, traccia la retta, fiuta gli alisei, invoca l’oracolo di Delfi e quando finalmente ripartiamo compatti come il cemento armato sta già arrivando il caldo torrido della tarda mattinata. Il tocco finale dell’artista lo dà il Ciccio, che incoccia una rotonda contromano, prendendola a sinistra come gli inglesi. Per cui ancora fermi, cazziatone triplo con rinforzino e via, che si parte. E sono le dieci passate, e siamo ancora a Pavia.
Il cemento armato non dura neppure cinque minuti che gli sbarbatelli sono due macchie indistinte all’orizzonte. Poi più nulla. Dopo Belgioioso il ginocchio riprende a far male e la strada muta, lentamente ma impercettibilmente. Prima statale, poi provinciale, poi comunale, poi interpoderale, sterrata, sterratina, sentiero, traccia, tratturo, linea immaginaria. Ci fermiamo, nell’ordine:
- Appena passato Belgioioso per controllo ruote e freni, gonfiaggio camere d’aria, ritocco alla covergenza, sistematina alla carburazione: 20 minuti.
- Poco dopo il pit stop, in una sterrata che aggira un laghetto di cava e che ha un fondo talmente sabbioso che l’affrontiamo con i rapporti del Passo dello Stelvio: 30 minuti per 200 metri.
- Subito a ridosso della cava, quando la pista devia su una linea immaginaria che costeggia un fosso e la ferrovia, e che attraversiamo come un funambolo fra due grattacieli: altri 20 minuti.
Facciamo reindez-vouz a Chignolo Po, sotto le mura di un castello dove si sta per consumare un pranzo di matrimonio di dimensioni comparabili. Pensiamo per un attimo di imbucarci ma temiamo che ci possano riconoscere come intrusi. Proseguiamo, stavolta uniti, fino a Lambrinia, dove ci installiamo sul sagrato di una chiesetta semi-abbandonata per il pranzo.
Ne approfitto per dare un’occhiata alla bici di Meri, che pare un po’ frenata, in perfetta sintonia con la giornata. Il problema è grave: i pedali scorrono male e temo il grippaggio. Inizio a cercare un ciclista a Piacenza, dove è il santo patrono ed è tutto rigorosamente chiuso. Per miracolo ne trovo uno aperto a San Nicolò, 10 km fuori Piacenza. “Riapriamo alle 15:30, la porti e vediamo che possiamo fare”.
Guardo la cartina e noto, per la prima volta, che la traccia passa letteralmente in mezzo al Po per 4 km. Sul momento non ci faccio caso, poi realizzo che forse dobbiamo aspettarci un guado, possibilmente non a nuoto. Cerco su internet e l’occhio mi casca su una frase: “Guado del Po sulla Via Francigena, prenotare almeno un giorno in anticipo”.
Capiamo che non è il caso di indugiare oltre e partiamo, anche perché non è detto che i pedali reggano. E infatti si grippano proprio nel mezzo di una strada sterrata al calor bianco. Meri è già pronta a spingere quando a me viene il colpo di genio: tirarla come un carretto usando gli elastici delle borse. Per quanto l’idea sembri folle alla fine funziona, e riusciamo a guadagnare il guado procedendo a fisarmonica con Meri a cassetta e io a fare il cavallo da tiro.
Riesco a telefonare al Caronte dei Pellegrini, che fortunatamente risponde e, dopo mezz’ora di caldo terrificante, si palesa all’orizzonte su un barchino a motore di dimensioni sufficienti a malapena per due, e che imbarca acqua come un colapasta. Ci saliamo tutti e quattro, più le biciclette incastrate l’una sull’altra, più le borse, a formare un gruppo lacoontico immerso nella merda del Po che ha riempito il fondo dello scafo. Caronte, che in realtà si chiama Danilo, ci scodella 4 km a valle, sull’altra sponda, in corrispondenza di una scaletta micidiale, pittata di fango scivolosissimo. La risaliamo, con bici e borse, e guadagniamo l’agognato argine mentre Danilo riparte, col barchino sempre più allagato e sessanta dei nostri euro, per il prossimo carico di pellegrini.
Nel frattempo sono arrivate le 16:30 e noi siamo qui, ancora fermi, a 12 km da Piacenza con una bicicletta grippata. Il ciclista viene a prenderci a Calendasco, dove io ho trainato Meri, che ha iniziato a prenderci gusto e quasi quasi spera che il pedale rimanga com’è per continuare il giro a traino. L’ennesima attesa decreta, alla fine, la guarigione del pedale, così che i sogni di Meri di fare la Francigena a cassetta vanno in frantumi.
Ripartiamo, per l’ultima volta di questa giornata tortuosa come un pitone. A ripensarci oggi, nel bel mezzo dell’impresa, mi sorge il dubbio che ci fossero, già allora, dei segnali netti che avremmo potuto ascoltare. Ma l’uomo, si sa, sente solo quello che vuol sentire per cui, ciechi e sordi a tutto, ci stiamo buttando a capofitto fra Toscana e Lazio, che tutti dicono essere alquanto collinare. Ma io non ci credo. Saranno solo discese.
Clicca sul menu della mappa per scaricare la traccia GPX e per visualizzare l'altimetria